Michele Lavorgna - poeta |
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Contrasti: Fede e Ragione, l'animo del poeta come gabbiano al mare. LA POETICA - a cura di Rosario Lavorgna L'unico paragone che meglio di tutti rende l'animo del poeta nel momento della composizione mentale e verbale di una lirica è il volo di gabbiano. La sua immutabile bellezza, la libertà che sprigiona dalle ali sinuose e ritmiche, l'impalpabile essenza della areodinamicità del suo volo, fanno di tale figlio della natura l'esatto simile dell'animo di chi è proteso alla creazione, verso il sublime stato di subcoscienza lirica. Librarsi da spoglie mortali ed involare il pensiero verso quelle cime che baciano il cielo, ragiungendo quello che oggi definiamo l'estasi del momento creativo, non è di tutti i poeti, come non è attributo di gran parte della produzione poetica d'avanguardia. Collocare Michele Lavorgna tra le voci moderne, o meglio, quelle appertenenti alla seconda metà del '900 è giusto e logico, solo in considerazione di aspetti puramente anagrafici. E' pur vero che il poeta è solo virtualmente collocabile in un filone letterario preciso, poichè il suo spirito è al di sopra degli stili metrici e delle ideologie e convenzioni che imprgionano irrimediabilmente il suo sentire. Michele Lavorgna è un poeta libero, mai assimilato in canoni e stili precisi, sperimentatore di moduli diversi, apparentemente simili, ma così tanto inconfondibilmente propri. Come gabbiano ha sorvolato l'umana esistenza da artefice e spettatore allo stesso tempo, partendo dal borgo natio, sino ai vasti spazi celesti. Testimone lucido di molti cambiamenti generazionali, interprete di quei mutamenti inchiave estetica, lirica ed emotiva. Vorace consumatore di libri, studioso sagace dei miti, delle virtù degli uomini e degli eroi, postulatore di ideologie di stampo socratico, appartenente ad una religione positiva del post Zeus-Giove, Michele Lavorgna trova posto stabile tra le voci poetiche italiane degli ultimi trenta anni del '900. La continua e manzoniana autocritica è servita al poeta come viatico verso il suo celeste Dio, presenza fondamentale nel suo personale modo di concepire la poesia, una catarsi privata dai possibili peccati perpetrati durante il concepimento dell'idea portante. E' proprio questo profondo scontro tra fede e ragione, i due veri ed unici parametri nei quali tutta la sua produzione poetica si è mossa, che fa di Michele Lavorgna l'espressionista verbale, il fantasioso innovatore delle leggi del sentire e del creare. ---------------------- Sin dall' inizio della sua attività poetica (1971), il muro alzato nei confronti della razionalità accesa rende in lui visibile quel senso diogeneo della ricerca spasmodica dell'uomo, come del suo Dio. Egli stesso si identifica con l'elemento della natura: il fiume "...che or ha acque calme,/or ha acque rovinose..." (cit. da Luci sulla Via 1971,p.21), e come quel fiume egli corre lungo gli argini dell'esistenza, commentando di tanto in tanto tutto ciò sul quale il suo sguardo si posa. Il poeta fermo sostenitore del latino "usus docet", osserva le cadute umane, postulandone l'atto di catarsi "...E se nel fiume / ti bagni, al sole poi /ti asciughi" (ibidem p.21). Asciugarsi al sole dopo una ennesima tragica caduta è il senso inconfondibile del raziocinio che trova pago equilibrio al "sole" della fede. Sia la fede che la ragione, intese com comunione di vita nel quotidiano "pantarei" delle idee e dei pensieri, sono alla base del concetto poetico di Michele Lavorgna, conseguenza anche di una ideologia positivista e di un lirismo spoglio dei fronzoli barocchi, ma poregno di umanità. << Ben venga la primavera: sulla terra oncora fredda fra le piante ancora spoglie sto>> (cit. ibidem p.55) La glacialità di una idea trova immediatamente il torpore di qualcosa che pulsa, ma non il sangue, emozioni che vengono trasferite agli occhi in un virtuale miraggio cosciente e duraturo, almeno fin quando la penna non avrà posto l'ultimo e conclusivo punto. L'avvicinamento culturale, quasi filiale, alla letteratura europea del modernismo, all'estetica dello stroncato ermetismo, come all'essenzialità idealistica dell'Imagismo poundiano, porta il poeta a riflettere sulla stessa azione di fede in senso di religiosità, come al senso razionale delle cose attraverso una visione realistico-positivista del vissuto umano. << Strada sghemba, per nulla agevolmente percorsa, mi hai insegnato a camminare>> (cit.ibidem pag.69) La strada, simbolo della vita, della suprema volontà di esistere per imparare ad esistere. Il poeta non è l'insegnante di vita, ma colui che la vita canta, come un solo grande riflettore di luce soffusa su di un pezzo di terra che altri calpestano. Questa strada non ha estetica, non è fatta di cemento ne di di catrame " petrolosa e mal odorante", è una strada qualsiasi, nella quale l'immaginario collettivo si perde alla ricerca della propria fede (potrebbe essere la strada che porta a Dio) come della propria ragione "sghemba e difficilmente percorribile", nella visione di una coerente deambulazione verso un punto fermo, una luce che "...mi ha insegnato a camminare". La ragione sa che ognuno ha una strada da percorere, ma ciò che non sa è in che modo essa sarà percorsa (fede). Ilpoeta si pone al di sopra di questa avventura tutta terrena, postulando che tutti imparino a camminare, a vivere, come le piante, tutte verranno fuori dalla terra, che ritta e forte, chi obliqua e remissiva al primo soffio di vento. Il poeta non è l'una ne l'altra cosa, l'emozionatore, il creatore di illusioni sensoriali come di realistihe visioni del mondo si pone da "A sider" e scruta la fragilità come la forza del moderno divenire. Il profondo senso religioso dei suoi dettami si scontrano, così, inevitabilmente con il senso immanente della morte. <<Che si riappaghino le nuove ansie non so; Certo le deporrò ovunque io sia, Sulla mia terra>> (cit. ibidem p. 73) Ragione e fede, in un connubio estremo, trasformato, a volte, in soffocante preghiera, a mò di ultima volontà dell'eterno morente. Il poeta è colui che muore ogni volta che termina di comporre un'idea e rinasce ogni qual volta che una nuova si materializza ai suoi occhi come al suo cuore. Si riappaghino, dunque, le ansie, bilanciando la nostra fede con ciò che di essa la ragione ammette. Asserviamo i nostri desideri all'idea di un gemellaggio sì difficoltoso, ma giusto ed appagante. Solo da una simile unione, quotidianamente inconcepibile, ma estremamente utile, si può dare libero sfogo all'anima, nella volontà mai paga di stirare ciò che è rattrappito, evidenziareciò che è nascosto, sntire ciò che non ha rumore. << Potrei racchiuderti ora, come in una piccola ampolla, profumo di un fiore appena sbocciato>> (cit. da Verso Oriente-1972 p.24) Il rumure che non si ode è, per il poeta, tutto ciò che il frastuono più assordante non potrebbe mai dare a sufficienza. L'idealismo di un concetto così strambo ma esaustivo al tempo stesso, fa da 'ago e cotone' e va a ricucire l'inevitabile strappo tra finito ed infinito, tra realtà e finzione, come anche tra fede e ragione, tra l'essenza e la maschera che, anche il profumo di un fiore ci nega quotidianamente. La logica conclusione poetica ed estetica che Michele Lavorgna lancia è che se il profumo di un fiore è potenza di Dio (fede), ciò che di quel profumo si canta è potenza del poeta (ragione). In questo caso, come in tanti altri, la ragione, intesa come intelletto, come abilità di parola e di pensiero, è asservita alla fede, a quel senso religioso tutto personale del poeta. Sparsa nella sua lirica la natura è madre e matrigna, nel senso razionale del termine, non confondendo il senso di fiducia nel "Deus ex machina", indiscusso motore primario. Lo stesso amore per la terra, la pastoralità che viene fuori da molte componenti non è paragonabile all'illusione estetica dei romantici italiani, ne al senso idilliaco della "nature pleasure" della corrente britannica. L'ispirazione primaria resta l'uomo nella natura, e non la natura intorno all'uomo. La deduzione è di rilevante importanza per non scadere in considerazioni ramanticamente estetiche che hanno molto poco a che vedere con la produzione poetica di Michele Lavorgna. D'altra parte il romanticismo europeo, nelle diversità di intenti e di stili, ha concentrato il suo sentire su ben altri temi e con ben altri toni, riportandoci una fede esclusivamente panteista e immaginaria. I vero, una reale e stimolabile ricerca di Dio nella natura attraverso l'Ars poetica avviene nel momento in cui di questo Dio sono scomparse le tracce. Quel Dio benevolo, poco irascibile, unico nel suo genere, diverso dalle altrui credenze monoteiste, diventa una sorta di stella polare, alla quale i marinai fanno riferimento durante la navigazione nell'oceano della vita. Altro esempio chiaro di contrasto tra fede e ragione il poeta lo evidenzia in "Verso Oriente", componimento dell'omonima raccolta. <<Nubi...tante nubi a ponente! Mi volgerò VERSO ORIENTE ... giungerò così fasciato di questi raggi di sole al tramonto>> (cit. ibidem p. 35) La ragione esiste, è parte di noi, ci porta d'istinto o di pensiero a riflettere su quelle "nubi" a ponente; come lo stesso impeto verso la luce, porta il nostro sguardo "Verso Oriente". La stessa fede ha una certezza ferma e suprema: il medesimo Dio troveremo sia nel nebuloso ponente sia nell'assolato oriente. Così, tra la ragione e la fede, l'animo del poeta si rasserena alla luce di tale speranza nata da tale connubio, ed il conforto di 'giungere fasciato di quei raggi al tramonto della vita, tanto da far brillare la stessa buia ed irreversibile morte. La lirica citata è una vera e propria preghiera nella consapevolezza dell'ambiguità del destinatario. La solida fede che il poeta porta come dote all'altare della poesia non permetterebbe mai di leggere tra le righe una svolta in chiave mussulmana del proprio credo, o almeno una visione panteista alla maniera di Pound, al quale il componimento si avvicina molto in quanto a tono. L'immagine nitida del sole, dello stesso calore che l'immagine nitida del sole emana, la luce intensa del poeta come veicolo di sollevamento, evidenziano la forza di una fede che non crolla alle prime nubi, ma che va oltre, alla ricerca del saldo principio su cui le idee si basano. Possiamo, quindi, sicuramente racchiudere la poetica di Michele Lavorgna, senza optare per una visione sintetica, in pensiero anch'esso appartenente alla raccolta poetica "Verso Oriente", che meglio di altri sintetizza il sofferto equilibrio tra fede e ragione. La lirica "Và", sembra avere tutte le caratteristiche di un passo evangelico, di un pensiero, di una riflessione fatta ad alta voce, un inno verso un "tu" generalizzato e generalizzabile che porti sollievo e 'abbeveraggio' spirituale a tanta umana sete. <<Che tu sia come goccia dopo goccia d'acqua...>> L'acqua è eterna, le sue goccie non porranno mai fine al loro intento di scavare la roccia o di eroderla. <<...ed elimini un solo piccolissimo neo tra i tanti sul volto di chi t'incontra, e fecondi un sottilissimo filo tra i tanti d'erba>> (cit. ibidem) Che l'acqua possa far sparire i nei resta cosa improbabile, ma se quei nei poetici fossero riferiti ai tanti "bozzi" creati della perplessità e dal dubbio, a mò di lebbra psicologica, allora l'idea del poeta sarebbe salva, alla luce di una post-modernità pienamente matura. Ma subito dopo, il poeta torna alla natura, all'erba ed alla fecondazione di essa, segno tangibile di una natura che si rigenera e rigenera. Che Michele Lavorgna sia stato condizionato dall'estetica del post modernismo culturale questo è evidente. Lo stesso sentimento religioso è caratterizzato da una verità rivelata un millennio prima e, un millennio dopo posta in seria discussione. E' proprio attraverso questa discussione, tra l'uomo affaccendato e la suprema verità dell'unica fede, che il poeta si pone come intermediario, auspicando, con certezza esteriore, fatta anche di gestualità, che verrà un uomo un giorno, che tra i tanti fili d'erba ne fecondi uno. Nell'eccesso di un simile concetto estetico, il cantore ci lascia nel dubbio circa la sorte di altri miliardi di fili d'erba. Possibile che in un forzato ed ascetico autodiegetismo, il poeta riesca a concepire il senso intrinseco della fede, riportando ai nostri occhi unlapidario "de pluribus unum"? Da un senso cosmico di tale portata, da lezioni letterarie provenienti dalle varie scuole e circoli letterari europei, dalla sua stessa vicinanza estetica all'ermetismo d'avanguardia, il poeta resta un 'a sider', almeno quanto colore che dallo spazio osservano quella pallina da tennis colorata di nome Terra. E' solo in questi momenti estremi, fatti di astrazione dal contingente, di immagini vorticose che pungono le idee come il buon senso di contestre le idee provenienti da un "Io" assente, o come di uno troppo presente. Il poeta solleva se stesso dalle miserie umane, come dalle sue stesse, dalla sua carcassa inutile, lasciando di se solo lo spirito libero di vagare indisturbato nei meandri della coscienza. Il simbolo per antonomasia di questo ascetismo e lievitazione dalle umane disgrazie è tutto racchiuso in una semplice affermazione: << Fermo l'immagine di ME, come di un ALTRO ed ossevo...>>(cit. Angeli Nuovi 1977, p.17) Basterebbero solo questi pochi versi per comprendere in pieno il significato e l' importanza dell' autodiegetismo del poeta, "conditio sine qua non" è inpossibile ad un cantore fare autocritica. L'emozionatore, l'illusore, rende quindi pubblici i suoi peccatil le sue vanità in una autoironia simbolo di scrupolosa riminiscenza continua di ciò che in effetti si è, della realtà dell'esistenza che le sue parole mitigano agli occhi del lettore. << Mi rendo conto che proprio questi occhi non videro come credo che vedano;...>> Proprio i suoi occhi non sono più testimoni di una illusione, ma veicolo di terrore nei confronti di una realtà che non ha assolutamente niente in comune con l'idea. << ...che questa mente non intese sempre come credo che intenda.>> L'idea stessa nasce da una mente, da un pensiero posto in dubbio, e fede e ragione si scontrano, così dando vita ad una collisione stellare, la cui esplosione cosmica e le scheggie impazzite saturano l'aria di sibili e di morte, morte dell'idea, e di chi l'ha fenerata, poichè essa non è sincera, ma caduca. << Mi rendo conto che questa voce non emisi sempre con accordo; che queste braccia non tesi sempre con slancio; che questi passi spesso diedi con cadenza.>> La verità è cosa inutile, specie se va a mascherare compromessi ed ipocrisie. Convinto di ciò il poeta esamina la sua voce, la gestualità del suo volto nei confronti di una umanità che attende le sue parole, il suo conforto lirico. La sua profonda fede e l'altrettanta istintiva ed esistenziale ragione vengono divise da un gigantesco baratro, nel cui mezzo la coscienza critica e giudice, diviene maremoto. Egli stesso si sente "...più per dividere che per unire...più per demolire che per costruire", ciò significa che il suo concetto di "Vate" è giunta alla conclusione tragica e scontata del fallimento e della costernazione. La sentenza finale, quella della suprema corte della coscienza è 'l'essere di peso alla terra' e "...non solo alla terra". Come si è detto altrove, non si è mai pensato che lirica alla quale si è fatto riferimento, appartenesse, in senso puramente estetico, a quel filone di pessimismo cosmico tanto caro al recanatese per eccellenza, ma più di un surrealismo ermetico, (se ci è dato di postmodernizzare una corrente tanto strudula), di lapidaria semplicità. D'altronte l'autocritica non è esaltazione di idiosincratiche emozioni, ma solo una ricerca diogenea di ipocrisie letterarie e di camuffamenti del proprio essere attraverso la somma arte della poesia, di convergenze che non convergono affatto, di parallelismi geometricamente sinusoidali. Lo stesso vedere se stessi in un ipotetico "altro", quasi nel racconto cosciente dell'incontro con un sosia, è chiara volontà di essere ambigui per essere perfetti. Tutta la poesia dell'uomo è una affonnosa ricerca della perfezione, è un continuo tentativo di scalare l'Olimpo, ma non quello degli Dei, ma quello simbolico fatto di fama e di fortuna, di alloro, come di riconoscenza ed universale reputazione. Il contrasto tra fede e ragione viene arginato proprio da questa forzata vanità, dalla spudorata volontà di essere unici ed incommensurabili, di vivere e morire allo stesso tempo, di scendere e salire, di essere al di quà ed al di là del mitico Stige, da un Caronte d'eccezione: la poesia. Semplificando il tutto in una chiave di lettura moderna, e a tutti comprensibile, il poeta è un sognatore, ama perdersi nell'immensità delle cose, suole scontornare tutto quello che è provvisto di contorni, poichè non ama le barriere, è un figlio dell'infinito. Il poeta non è colui che conta il tempo, non si muove in uno spazio, non è contestualizzabile,il poeta è un'ombra, si nutre del tempo, astrae lo spazio, è pura essenza, della quale solo il luccichio delle sue idee vediamo, ed una penna che scrive da sola. Michele Lavorgna è tutto ciò, pur nella consapevolezza di vivere per gli altri, e non certo in una solitudini dal sapore amaro dell'imposizione. Siamo tutti dei solitari, puntini, granuli infinitesimali nel cosmo, ed a maggior ragione cerchiamo unione, amore. Il poeta esorcizza la solitudine amando, cantando, riflettendo, bendicendo e maledicendo, urlando e sussurrando, pregando e blandendo. Vi è forse un'attesa in tanto lavorio, un conforto a cui l'anima si aggrappa come ad una ultima spiaggia: Dio ci sei? Hai forse illuso il primo mondo con una croce e redimi il secondo con le armi dell'indifferenza a tanto egoismo?. In questo caso il contrasto è netto e globalizzante. Ciò che prima non poteva esistere disgiunto (fede-ragione), oggi si tramuta in priorità, ed il poeta, il cantore di tale priorità, nella puntigliosità delle sue riflessioni, stende il suo proprio 'dictat': << Rimane comune una sorte: Chi vive non vive da solo; Chi muore non muore da solo.>> (cit. da Presenza Sconvolgente, 1978- "Non sei solo" P. 47) Il poeta abbandona gli anni '70 con la convinzione di non essere solo, di godere in vita come in morte della compagnia degli altri. Il neo simbolismo degli anni '80, la frenesia del nuovo decennio, la fine di una protesta durata un paio di lustri, genera nel poeta l'idea della nuova segregazione culturale. Deterrente a questo stillicidio di immagini che corrono in una unica direzione è: l'andare contro corrente. Solo in questo modo il poeta può cantare tutta la confusione tale nuova ideologia provoca. Nella raccolta poetica "Vetera Nova" (1980) Michele Lavorgna diviene il testimone oculare di questo disagio generazionale dell'età che definiremo pre-globalizzata. << E venti tirano su questo e quel raggio di terra.>> (cit. da Vetera Nova, 1980-p.25) Il vento, simbolo di pulizia, spazza tutto, anche le ere, le cui certezze e propositi svaniscono, lasciando il posto alle mere illusioni. << Ci si ripara, e non ci si ripara dai venti.>> (ibidem) Siamo banderuole esposte ai venti, come alle novità, ed il poeta, dall'alto dei suoi pensieri, strova a navigare in questo caos, ma non si nasconde, non segue la massa, risale 'il fiume contro corrente'. Un'altra caratteristica del poeta nei duri anni '80 è il suo asservimento culturale al rumore, all'assordante chiacchierio 'sine sensum'. Può essere questo considerato un vero e proprio debito poetico, quello che si evidenzia nel rumore degli uomini, l'mmagine indelebile dell'ultimo scorcio di millennio. Le opere pubblicate dopo il 1980, evidenziano una maturità letteraria diversa, più asservita alla post modernità, più fuggevole, costruita su liriche numerate e non titolate, su pensieri peregrini, anche se, in alcuni casi i temi restano gli stessi. Anche lo stesso senso religioso, fatto in precedenza di presenze sinistre, pare ora trasformarsi in riflessione più distesa, più ragionata: <<Dio, sine Te, si è risospinti come in un punto di bosco e nero sotto buio cielo...>> il senso non è quello di preannunzio della morte dell'anima, ma semplicemente la constatazione che Dio è la luce - <<...senza sfera di sole, lontani da vita (o strada?) che ha ancora uomini in cammino verso mete fissate>> (cit. da Pensieri, 1982 p.23) Anche la stessa punteggiatura cambia, cambia il tono con il quale il poeta si pone di fronte alla lirica. Gli uomini sono ancora in cammino verso mete fissate, e lui, il cantore, l'avrà una meta? Nella considerazione classica, l'unica meta del poeta era quella di declamare al mondo le sue visioni, di impartire dettami, di esorcizzare la vita con una esistenza parallela fatta di luce abbagliante, tanto da imporre 'siepi' agli orizzonti della mente. Michele Lavorgna non ha ma sentito la necessità di imporre regole, ne di elevare il suo "io" al di sopra degli uomini. La sua lirica è semplice, chiara nei contenuti e mai imbrigliata in stili o canoni metrici o stilistici. la sua intima vicinanza all'ermetismo è dovuta al fatto che tale modo di poetare ha calzato a perfezione le sue idee, come anche la vicinanza spirituale all'imagismo puondiano, che meglio di altre forme di avanguardia letteraria, ha dato al poeta la possibilità di trattare le emozioni -immagini del suo animo dell'intimo connubio di esso con la natura. Con la maturità poetica, il neo ermetico Lavorgna diviene maggiormente padrone della sue immagini, delle sue visioni, e la sua rabbia contro l'ingiustizia diviene più acuminata e pungente. << Chissà se si acquetino più queste voci che dentro si fanno roche ed amare sopra ingiustizie patite, sopra infamie subite sopra maldicenze udite?...(ibidem p.27)Le voci di dentro, quelle stesse voci tanto acclamate ed allegorizzate dal grande Edoardo anche nel poeta si fanno 'roche ed amare', contro le infamie e le ingiustizie che la società ci propina. Ma il poeta, nella buona fede che lo ha sempre contraddistinto, le esorcizza: <<O chi sa che (queste voci)non si faranno più chiare e dolci per snebbiare, sopendoli, l'ingiusto, l'infame, il malevolo, il ladro, l'ipocrita?>> (ibidem p.27) La convinzione finale che appare evidente nella raccolta "Pensieri" è esposta al primo rigo della lirica XXIV: <<Ora per ora omnia mutantur et omnes>> (ibidem p. 32) Tutto muta, e diviene diverso con il passare del tempo, e non solo "gli anni che conducono a vecchiezza", ma anche le mode cambiano, lo stesso modo di sentire e di poetare. Tra immagini allegoriche ed espressioni che riconducono la sua anima alla protesta contro la modernità troppo irriverente nei confronti della tradizione, i suoi 'campi' tornano spesso al centro dell'attenzione, ed in particolar modo quelle immagini della natura alle quali il poeta affida messaggi molto diversi dal senso pastorale comune. << Incolti sono per rimanere i campi, e non vi si diestene e non vi si allunga sguardo>>. L'uomo degli anni '80 preferisce rinchiudersi nei palazzoni di cemento, dove ogni respiro è comune alla collettività. L'uomo iper intaffarato dell'era pre globalizzata si nutre di stress e blandisce una iper tecnologica esistenza; il poeta è perso, vanificato nella società delle immagini digitali, e l'homo 'troppo sapiens'non ha bisogna della campagna, non è più capace di ascoltare la terra, sentire l'odore acre della primaria madre. << Tu ti bendi gli occhi, tutti e due dinanzia i campi che ti sia aprono, che ti dan di che vivere, che fan parte di questo mondo che ti regge, che ti da acqua, aria, fuoco sei uomo?>> La domanda finale non fa scalpore, è solo la conclusione di una riflessione lucida sulla condizione umana nell'età pre-informatica. E' proprio su questa profonda disillusione che il poeta fonda la fase finale della sua esistenza poetica come terrena. Il suo appello finale torna sempre alla fede come ultima via, alla preghiera come forma di catarsi dai peccati di pensiero. A questo scopo la raccolta menzionata termina riportando le principali preghiere della fede cristiana cattolica, quasi da monito al lettore di terminare il volumetto senza omettere l'ultima parte di esso, in modo da purgarsi se, durante la lettura si sia stati tentati di obiettare. Stesse emozioni e immagini anche nella penultima raccolta, "33 Pensieri", dove a differenza della precedente raccolta il poeta non ammonisce soltanto, ma cerca di redimere, convertire gli uomini. Il genere umano torna al centro dell'attenzione, punto focale dell'universale discorso poetico. <<...Eppure io (io?) vi dico che si usce da questa vita, come da un naufragio... e come ad un naufragio si guarderà dalla vita dei cieli, nel quale non si ritornerà, se non come missionari... per calmare le...acque e per convertire uomini!>> (cit. da 33 Pensieri, p. 9) Quì l'azione missionaria è chiara, e tuuta la raccolta ne è pervasa con il ritorno ad immagini di Dio e dei Santi, veri ed unici vivificatori di fede. Ma la redenzione finale è cosa difficile, da effettuarsi in tenera età, nel momento dell'innocenza. Questa visione del poeta è palese alla lirica XV della raccolta menzionata. << Fanciulli liberi, lieti, spensierati, felici sono questi scolari. Nutrono amori, che amori! speranze, che speranze! E si apre loro la vita, a guisa di ventaglio largo, senza limiti, più apribile, mai chiuso...>> Sembra una visione blakiana dell'innocenza, della purezza, ma diversamente dal grande poeta pre-romantico inglese, Michele Lavorgna continua la sua lirica non ammettendo la corruzione ad opera dell'esperienza, ma viceversa auspica un: << Noi pure vediamoci, così, ancora, davanti, la vita, seppure non siamo più fanciulli. Ma scolari? Scolari non si cessa mai di essere.>> (ibidem p. 23) La raccolta conclusiva dell'intera produzione poetica: "Merenuge", pubblicata nel 1983, 5 anni prima della morte, segna l'atto conclusivo della vena lirica del poeta, ad eccezion fatta di dua altre raccolte inedite del 1984 e del 1986, che il poeta non fece in tempo a terminare. Merenuge, perchè questo tiolo strano, quasi insignificante, con dedica a "Singulis viris mulieribusque"? Lo stesso poeta ci chiarisce il dubbio nell'introduzione: << Merenuge: come goccia continua d'acqua di polla: disseta! come scintilla viva di fiamma di fuoco: riscalda! come lungo filo d'aria di montagna vivifica! Ed ancora come consunto grano di una corona del rosario: santifica! La raccolta è piena di immagini, di speranze, incertezze, di messaggi, di campagne, di sogni, di uomini che camminano verso la redenzione e di altri che non intravedono nessuna luce all'orizzonte. Ma tutti siamo sotto questo cielo e, per concludere seguendo il poeta: << Ce non avviene sotto il cielo! L'uomo non aiuta l'uomo e studia ed organizza inganni. Compare, scompare, ricompare. Ha e non ha gusto Ha e non ha olfatto ha e non ha udito ha e non ha vista ha e non ha tatto Dal cielo viene sole? Non ama! Vengono piogge? Non ama! Non ama sulle strade, non ama nelle case, non ama negli uffici, non ama nelle chiese! Certo odia; certo uccide; certo, froda... Cammina per una strada sghemba e malandata. Si smarrisce e nulla tenta per ritrovarsi su una strada diritta e buona. Incespica, cade e non si rialza. L'uomo vuole davvero non essere più morendo? Preghiamo! Io prego. Michele Lavorgna ha sempre pregato perchè la sua arte, la sua sublime poesia, le sue intense emozioni potessero lenire tanto dolore e riportare la vera fede, il vero amore e la grande unione tra gli uomini. |
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