Michele Lavorgna - poeta |
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Pensieri (Ed. Laurenziana Napoli 1982) |
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Lacqua di polla è sempre acqua di polla finchè non viene (o è venuto?) chi la muta in vino di polla. Magia! dedica: A Ciascuno in particolare - ed a tutti in generaleI Lacqua di polla è sempre acqua di polla finché non viene (o è venuto?) chi la muta in vino di polla. Magìa! II Mali ci verranno, se destino(?) vuole che ci Vengano. Una bisaccia ci sta addosso con una tasca che pende più leggera davanti, con una tasca che pende più grave di dietro.Questa ha mali, questa cui mai è stato posto supporto da alcuno e ci tira cadenti per tenerci: fermi, schiena a terra, occhi rivolti al cielo (tutto) soprastante, cui ora impariamo a guardare con i dolori sentiti della schiena III Su aròle (cento, mille, diecimila ) sono Spine, e non fiori freschi; rumori, e non suoni alti; stagni, e non rivoli puri. I fiori freschi spuntano dalle aiuole. Chi le cura? I suoni alti si levano dalle corde. Chi le muove? I rivoli puri sgorgano dalle rocce. Chi le scava? IV Pax e fianco il brusio di una foglia Cadente, in questa ora di un giorno dautunno, ti dà pena. V Ci viene con la morte di uno EGLI se ne va, e se ne va insieme Un po della nostra superbia, ipocrisia, ira, malalingua, e che ancora? E se rimane più genuina bontà e carità, come è Amore, non vale forse la pena morire? VI Torna che ci è nuova la vita, dopo le notti, e si conserva come una cosa così cara che non si vuole venga toccata da ruggine o da tarlo. Non si vuole, ma anche si sgretola -ahi, tempi! Ahi, inganni!- si disabbellisce, si dissempra, solo nelle membra, ché lanima è, come Dio è, come i Santi sono. VII I bimbi. Strappati alle madri, han pianti lunghi e dirotti. Cosi piangono e svuoteranno, paulatim, gli occhi. Non trattengono frenate chiuse lacrime per sciogliere ed aprirle da grandi, quando anche si divideranno dalle mamme. VIII Sì, financo il sole che cala lento nelle ore che si avvicinano alle sere (di luglio?) non ci rischiara poi tanto, semmai si vede di uscir(ne) da certe zone di ombre. Le ombre accecano e non ci fanno dividere le ore di un giorno di luglio dalle ore di un giorno di un mese dinverno. IX Resistono salde le radici di un albero robusto al peso di un tronco che si ingrossa , ed al carico dei rami che si cercano spazi, ed ai colpi o urti malevoli di magli, e alla violenza di un fulmine senza tempo, e alla tempesta nera e crudele. X Si caricano (celeriter si fa sera!) di tenebre aree di contrade e con le aree le cose che ivi premono, e le leggere; uomini che si vogliono male, e gli uomini. Qui corriamo e di lì, come per trovare il posto che ci spetta, discosti da siffatte aróle. XI Ci si rinnova leggendo chi e che? Quel che di più dolce sta sui fiori, il nettare, trae lape. Buoni i fiori e buona lape! Succhia il nettare e ne fa miele. Ci si nutre del miele divenendo più vezzosi, con lo scorrere del tempo. XII Certo che alla vittoria, nella gara, si giunge allenandoci. E se poi si interpongono sconfitte, ci parrà che non ci tornano tanto amare. XIII Chi non cade! Ed il sorriso tenue, che ancora rimane segnato sul volto, sta come un filo (e spenzola con i venti!) di speranza e di attesa che non si vorrà spezzare: di attesa di unora nuova, di speranza di unora nuova. XIV Col freddo ci si stringe (o gonfia?) nelle membra perché le une guadagnino calore alle altre, calore vivo, certo. XV Dio, sine Te, si è risospinti come in un punto Di bosco chiuso e nero sotto buio cielo Senza sfera di sole, lontani da via (o strada?) Che ha ancora uomini in cammino verso mete, fissate. XVI Che ci dici, Terra (quando parli), dei passi che ti puntano uomini sì, e uomini no? E che del Sangue di che ti bagni, sceso da ferite (in)ferte da un uomo alluomo? Terra, che ci dici delle orme e del sangue che ti lasciano i bruti, i morti che stremano i vivi?
XVII La superbia è come un cono di fumo destinato a disfarsi via via che investe uomini, via via che li attacca, che li avvelena tanto da farli morire. Li fa morire, se mai ci si allontana per tempo da siffatte mandate di fumo venefico.
XVIII Nelle ore dei riposi, su alta montagna, non ci si può offrire che un frigido letto, in una stanza di un palazzo di ghiaccio. Ghiaccio perenne? e poco conta che primavere ed estati si avvicendino, che solstizi ed equinozi si allineino, che albe chiare e sere limpide si succedano.
XIX Chissà se si acquetino più queste voci che dentro si fanno roche ed amare sopra ingiustizie patite, sopra infamie subite, sopra maldicenze udite? O chi sa che non si faranno più chiare e dolci per snebbiare, sopendoli, lingiusto, linfame, il malevolo, il ladro, lipocrita?
XX Oh! tanto può signora fantasia: ci possiede, ci fa salire su ali dorate larghe e mena in luoghi anche remoti. Che non dissecca, che non fa nostro! XXI Voci clamanti aiuto giungono attraverso canali di amore. Ed un canale incontra anche punti sbarrati e li forza, e li forza. Ancora scorre, giunge a chi si bagna. Noi ci bagniamo (ci bagneremo), ci purifichiamo (ci purificheremo). Noi ci facciamo, o no, portatori di amore di giustizia di pace?
XXII Saper saltare o correre, tirare e colpire, calciare, segnare, far primi non basta. Stare agli ordini di uno si deve.
Saper saltare.., far primi non basta. Stare agli ordini di UNO si deve. Non lo dimentichiamo in victoriis. XXIII Si coprono di scuri veli che e chi ci è intorno. Si aspetta (sono giorni, o anni?) che uno dei veli di nebbie si discosti o si ritiri, e non orba di luce ci riappaia questa terra che si vuol macchiare ed un poco illuminati questi uomini che sono nascosti. XXIV Ora per ora omnia mutantur et omnes. Scorrendo gli anni, che conducono a vecchiezza queste membra, ci vien ricordo delletà (tras)corsa, come quella da bambino, età di sogni. Oh, già, non si facevano sogni? Mi appunto con gli occhi, io un po avanti di anni, in una foto mia di quando ero (un) bambino di un anno. Mi riconosco, chè mi han detto e provato che quella era la mia immagine dinamica. XXV Lampeggia a strappi (o a tratti?) il cielo, e tuona. Tristi, come gli uomini, riappaiono le cose, scoperte tra lampi fuggitivi. Domani è un altro giorno. Le cose scacceranno la tristezza, tornando il sereno. Le rivedremo che risplenderanno, anche se vengono battute e sommerse da grandi ventate. E gli uomini?
XXVI Incolti sono per rimanere i campi, e non vi si distende e non vi si allunga uno sguardo. Ma han dato biade. Tante! Benefiche, sì! Nutrienti, sì! Grasse, vivifiche, sì! Tu ti bendi gli occhi, tutti e due dinanzi ai campi che ti si aprono, che ti dàn di che vivere, che fan parte di questo mondo che ti regge, che ti dà acqua, aria, fuoco... Sei uomo? XXVII Uniti, si dàn passi uguali per campate sopra sassi e spini per montagna, sopra fango e polvere per valle. Ma fra i campi più aperti, al piano, si vive meno da uomini, non fissandosi limiti aspri e duri di là di uno stanco e affaticato passo.
XXVIII Più attesa di unora di un giorno destate che tardi sabbui viene lora di una notte di inverno che tardi sinalbi. XXIX E nuova laria che si respira, dopo la notte, nel mattino, Quanta vita recano queste piante! Ne ripianteremo tante da fare di un campo un bosco; di tanti campi, tanti boschi. Ed ancora di un campo di... morti, un campo di vivi; di tanti campi di... morti, tanti campi di vivi. XXX In paese si va per strade di un vicolo (non cieco), da un capo ad un capo, di notte. Non rumori di secondi passi, non scricchiolìo di finestre o di porte ti ascolti tu. Beata campagna! Felice! Grilli tieni in questo o in quel ramo di una pianta, in un punto di terra (od anche di case?), dentro in fastelli ed in siepi, e rompono questo silenzio di paura notturna se mai sonno ci prende. XXXI Ci viene pensiero di bussare ad una porta passando per una strada (di paese), che ha case ai lati. Per stranieri saremo presi ma non ladri, se mai siamo stati inclini a rubare; per stranieri ma non assassini, se mai ci siamo macchiati di sangue; per stranieri ma non lupi... ma non cani, se mai abbiamo digrignati denti e sformati sguardi. XXXII Cariche di ombre scendono certe sere come cariche di luce sinnalzano certe albe. E luci vanno e ombre vengono. E ombre vanno e luci vengono: ombre fitte ...segrete; luci tremule ...ferme (quando?). XXXIII La fratellanza chi comprende? Si limita il cielo ad un pezzo, a quel che è visto in una prima ora di un mattino destate da questo luogo e dai miei campi e copre, stretti, uomini di ogni paese, di ogni celo, di ogni colore, di ogni origine, di ogni credo... E sì, questo è cielo, questa è terra! XXXIV Non ti chiedere per chi suoni la campana, poi che suonò e suona a morto più per i vivi. Si muore, e sì, poco atta volta. E così, si rinasce, a poco a poco, nuovamente. E si ricompongono membra già corrotte, membra che si van per corrompere, membra nostre, per vivere, ripurificate nel tempo, con Dio ed i Santi.
XXXV La pelle, delicata o no, donna, cospargi di creme leggere, ad hoc, talora mane e sera e torni che sei rosea di freschezza, linda dì candore, liscia di purezza. Ma lanimo non toccano i tempi né modificano i cosmetici. Non ha età. Donna, io lo vedo che è assai bello lanimo in te, se lo ravvivi di più, e lo puoi, con un sorriso che sani, che dica: AMORE. XXXVI E già! Pérdono di vigore le mie membra fragili, misere e caduche. Quante volte hanno pacato acqua di pioggia,
nunc saepius di fontana. Ma, se una macchia hanno poi impressa col fuoco, non tornano più fresche. XXXVII I ceppi il tempo (come corre!) immiserisce, i ceppi che elevavano un fusto e quindi rami carichi. Ma si rivedono, in questa campagna, intorno ai fusti di altre piante, giù sulla terra, fiori caduti, in tempo di fiori, a farvi corona; frutti caduti, in tempo di frutti, a farvi corona. Men misera questa terra e men misere queste piante! XXXVIII Ritengo a mente quel che io on lontano giorno mi venne in sogno. Che sogno! Una stella sorgeva da oriente ad illuminare più bei cieli. Cieli! Più belli! Sogno caro, ma... numerammo mai noi o numeriamo (e quando?) i cieli? XXXIX Sole, perché non ci dici che vedi sulle vette dei monti più alti e nelle cune delle valli più profonde, ché solo a te ed al pensiero è dato arrivarvi, simul hoc quaerens.
XL Questo io (talora o sempre?) vive sconosciuto a se stesso. Questo io che gira a seconda del tempo e dei tempi, del luogo e dei luoghi, e dei mezzi, delle cause, delle unioni, dei modi, delle qualità, dei fini e degli accordi, e degli accordi. XLI Garrire di uccelli (passeri?) che reggono, vicino, corti rami di un fastello di una siepe ci fa lieti. Garrire di uccelli (passeri?) che reggono, lontano, corti rami di un fastello di una siepe fa lieto chi? Non da per tutto, si è usi di porre orecchio al canto di passeri che viene da una siepe, per dir più, da corti rami di un fastello... XLII Dai boschi si dispiegano, di giorno, voci trillate di volatili. E sale crescendo (fino a sera?) concerto che ci fa innalzare le fronti, fermare le menti. Uccelli, quanti siete di un bosco, non vi aspettate, no, plausi, ma un oh che vi disperda uno sparo che vi décimi. XLIII Sta che si ammucchia la gente per essere più sola su la strada, ai margini. XLIV Sempre si ridestano ricordi, i più reconditi; speranze, le più riposte; amori, i più taciuti; fuochi, i più bruciati. E si sciolgono lacrime, le più asciutte. Lacrime! XLV Si è principi o sudditi, primi o ultimi, e forse santi o dèmoni, a seconda dei pensieri (o dei posti?) alti o bassi che si hanno in questo correre con affanno, sine meta. XLVI Viene che ci rammarica unombra perché ci cela. XLVII Si spengano, si taglino le fiamme: le fiamme dei boschi, dei monti, e non dei campi dove divampano tra le restucce sparse e le erbe infeste, e non dei camini dove divampano tra le legne raccolte e le mani distese.
XLVIII Strade lunghe che si intersecano, dove non ci portano, che non ci fanno riscoprire! E le percorriamo, cotidie, omnes ed orme lasciamo; che orme con questi passi gravi! E manco è male se scende talora temporale che tutto lava, se sinnalza sole che tutto brucia. XLIX Si erge un muro alto, o cresce una siepe alta, a separare luomo dalluomo. Ed un uomo non diviene mai tanto forte da poter abbattere, da solo, un muro siffatto; non tanto abile da poter saltare, da solo, una siepe siffatta. Dio! L Guardi che rimane ancor fermo di un albero grosso, abbattuto: un piede premuto, intorno, dalla terra più dura... Chi mai più avrà cura di un piede, di un ceppo, di una misera cosa... E va il pensiero al fusto che ha innalzato, ai rami che ha espasi, ai frutti che ha mandati. Anche un albero non muore tutto, in vero. E LE LUNE Ci è caro andare, la notte, dietro ad un bel sogno. Un bel sogno fa ritornare nel cielo le belle lune: e la grande luna, e la candida luna, e la diletta luna, e la mutabile e la instabile luna, e la chiara, lucida, fredda luna, e la cadente luna, e la pia luna, e la nascente luna, e lamica luna, e la generosa luna, e la silenziosa luna, e lallusiva luna, e la nuova luna... e la gentile mia luna. |
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