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Michele Lavorgna - poeta             home

 

Note e Critica letteraria alle opere di Michele Lavorgna

I Critici hanno detto di lui.

 

La critica letteraria, come anche la stampa ed i vari organi accademici sono stati sempre molto benevoli con il poeta, identificando in lui un esempio, più che un contestatore, un cantore più che un ‘puritano’ della natura umana. Le sue opere, il suo pensiero poetico è stato sempre inquadrato e riportato come un tassello della grande fede che il poeta evidenzia nelle liriche appartenenti alla quasi totalità delle raccolte, mentre, nessuna menzione per le poesie che appartengono alla sezione degli inediti. Per queste ultime abbiamo cercato di darne, anche se in maniera non del tutto esaustiva, una interpretazione in chiave moderna, lì dove per ‘moderna’ intendiamo una luce post globalizzante che attualmente si erge al di sopra di ogni considerazione poetico-filosofica.

Ad esclusione di quello che egli stesso evidenziò relativamente ad un paio di collezioni poetiche, e che noi abbiamo inserito giustamente nella sezione inediti, la critica coeva al poeta ha sempre cercato di eludere la propria azione recensiva considerando i poeti degli anni ’70 "…troppi e mal gestibili…". A questo proposito abbiamo volontariamente inserito in questa sezione una lettera del Direttore Responsabile di un grosso periodico beneventano quale Messaggio D’Oggi, il quale lamentava proprio questa sorta di "fungaia" di poeti, tutti tendenti a vedersi pubblicati sui giornali, per cui la consuetudine della ‘cernita’ era divenuta un obbligo.

Ed è proprio questa lettera che proponiamo per prima, allorquando il poeta inviò, come tanti, alcune sue poesie alla redazione di Benevento.


Lettera del direttore di Messaggio d’Oggi - Prof. Giuseppe De Lucia

Benevento 23 Novembre 1970

Carissimo amico

Ho letto con interesse i vostri versi e vi dirò, senza indugi, che alla prima affrettata lettura la prevenzione che io ho verso i poeti ( ce ne sono troppi oggi, ed io ne sono la vittima impotente come direttore del giornale), è subito stata fugata dal mio animo.

Voi siete un poeta, caro amico, sia pure un poeta… in erba, per certe cadenza dilettantistiche, per l’improvviso sfrecciare di certi toni, per la mancanza di equilibrio nell’ispirazione che vi è in alcuni componimenti.

E queste carenze mi sembrano derivare soprattutto dal fatto che avete scritto, o meglio che avete creato, senza una forte convinzione, senza una ferma fiducia nelle vostre possibilità e nei vostri mezzi: che sono veramente molti.

E qui, dopo avere analizzato gli aspetti negativi dei vostri versi, farò cenno subito, a quelli positivi.

Vi è molto pathos nelle vostre poesie; molto sentire; una ricchezza di immagini ed una vena sempre rifiorente e sempre rinnovatesi.

Vi è nelle vostre poesie purezza di linguaggio e di sentimento.

Vi invito, a limite, a modificare là dove è necessario, ad escludere e depennare il ‘troppo ed il vano’, ma vi invito soprattutto a perseverare, con più fiducia nei vostri mezzi e nelle vostre qualità: invero non comuni.

Versificatori, vorrei dirvi, ce ne sono troppi e ve ne ho fatto cenno; poeti pochissimi. Voi potreste essere tra questi ultimi.

Secondo me già siete, anzi nel novero dei poeti: salvo quanto vi ho detto con estrema sincerità e con chiarezza di sentimenti: come è nel mio costume.

Auguri, quindi , ed …avanti!….

Il Direttore responsabile- Dott. Prof. Giuseppe De Lucia


Incontro con un autore

La poesia di Michele Lavorgna celebra l’uomo e la natura

Di Giuseppe Spada (da Messaggio d’Oggi)

Ricca di sentimenti spontanei, modulata dalla semplicità più pura, concorde con il linguaggio del nostro tempo, la poesia di Lavorgna celebra la Natura e l’Uomo.

Lavorgna ha assimilato tutti gli elementi più svariati e discordi che la Natura, sua essenziale fonte di ispirazione, ha offerto alla sua meditazione.

Questi elementi si sono raccolti nel suo spirito, componendosi in una stupenda unità per rivelarsi con uno stile sgombro di eleganze alla moda attraverso l’arte poetica.

E’ per questo che le sue composizioni non sono avvincenti: i versi non eccitano l’immaginazione, le visioni non stupiscono ne suggestionano; ma in qualsiasi momento si ascoltano, senza che il lettore se ne accorga, l’indifferenza e la noia si stemperano in dolce mestizia e una nostalgia di sentimenti antichi, di cose appena intraviste, che la vita nel suo fluire cancella, ma che portiamo dentro di noi come un miracolo, affiora e commuove.

Leggendo Lavorgna, ogni vanità diventa un irrisione… e l’inerzia si fa contemplazione…

Perciò, egli celebra l’amore: <<Amore…una parola che sai: la stamperai nell’anima di chi ha sfogliato tutti i dizionari e…non l’ha trovata.>> .

E’ proprio questa incrollabile fede nella forza dell’amore che lo spinge nel <<canto dell’amicizia>> ad invocare: << tu non sfuggirmi, ti prego. Insieme ci allontaneremo da questa gelida arola>>.

All’implacabile presenza del ‘male’, che angoscia la vita dell’uomo, il poeta di San Lorenzello non oppone la disperazione ne la rassegnazione dei ‘vinti’, ma guarda con animo sereno nel fondo di ‘questo atomo opaco’ , e scopre che amore ed odio, violenza e pace, luce e buio, sole e pioggia, altri non sono che costanti contrari che regolano, nel loro perenne avvicendarsi, i due supremi contrari: la vita e la morte il cui cammino sfugge alla percezione di quella umanità prigioniera dei suoi istinti primordiali.

Da qui l’esigenza di indicare una via illuminata dal sentimento, da qui il ritorno alla natura, all’incanto delle sue voci; da qui il desiderio di distendersi sull’erba per ammirare il cielo, scegliendo ad una ad una le sue stelle e farne favole, accese sui tetti, sui cuori, sulle speranze degli uomini.


MICHELE LAVORGNA, VERSO ORIENTE

 

EDIZIONE ABETE, ROMA 1972

Recensione, curata dal Prof. GIANNI VERGINEO,

ordinario di Lettere nel Liceo Classico "P. Giannone" di Benevento~

È una raccolta di poesie dall’ordito abbastanza semplice, fatta di strutture centrz~ete, tutte più o meno convergenti verso un ideale punto di gravitazione. Perciò la trama dei simboli verbali si presenta non come un sistema di segni, ma come una correlazione di motivi: la tessitura non rimanda, di conseguenza, a eventi immediatamente vissuti, ma richiama alla luce immagini paradigmatiche di vita interiore.

Basta assumere una certa distanza critica per poter identificare il nucleo centrale di questo punto ideale, su cui insistono tutti gli elementi tematici, come unificati da una forza di attrazione irresistibile.

Si ha così l’epifania della figura-madre sottesa ad ogni immagine particolare: l’archetipo dell’oriente, fattore di una tensione inesauribile verso la luce.

Ad essa è intrinsecamente unita, in forma più esplicita, la presenza simbolica dell’immagine paterna, con il suo naturale nucleo di metafore: luce, sole, calore, amore, e così via. L’oriente è fonte di luce e di vita: è la porta del sole. Ha, sotto questo aspetto, la funzione del padre. Come il padre, esso genera la vita: la nutre, la protegge, la difende.

Ne//a sua perenne e inestinguibile sorgente di luce, èlibertà spirituale e sicurezza morale.

Il titolo del libro è, sotto questo rt~guardo, emblematico:

 

"Verso oriente". Ancora più emblematica è la dedica:

 

"A mio padre nel ricordo".

Di qui la sete di luce, di sole, di calore, che si avverte dovunque, nei versi: che percorre, come un fremito, ogni sillaba. È una sete che, però, non ha nella in comune con quello che Bachelard chiama il complesso di Novalis:

nucleo psichico o fascio di tendenze collegato al motivo del fuoco. Non ha nulla in comune cioè con l’inclinazione al ritorno, perché il desiderio del calore non si configura qui come nostalgia del nido materno, tendenza regressiva verso il caldo grembo della natura, paradiso terrestre di armonia, di unità, di totalità ori~jnarta.

La tendenza dominante qui non è la nostalgia, ma la speranza, che talvolta assume l’aspetto di una fuga in avanti: verso l’oriente, .appunto.

Non la natura, ma Dio è l’oggetto della tensione: una luce che non solo riscalda il cuore, ma illumina anche la mente: un solo cuore, un solo amore.

L’autore, perciò, assolutizza la luce: "Ed un giorno senza notte noi riviviamo" (p. 86). Per riuscir meglio in questo intento, rimuove (o reprime?) la paura della notte. Finge di non temere, perchè ha il sole negli occhi; ma in realtà egli teme di girarsi indietro, verso l’occidente.

Le sue poesie sembrano, talvolta, formule rituali,

dirette ad esorcizzare la notte dell’inconscio e ad invocare "altra luce che illumini nelle notti con tenebre fitte" (p. 9). Da una parte il gesto apotropaico contro i dèmoni delle tenebre; dall’altra la preghiera anacletica per l’avvento della luce. C’è in lui quasi una idea ossessiva della sub/imazione:

ogni suo moto è uno sforzo verso l’io ideale: verso "il sole rutilante del mattino" (p. 35).

L’archetipo dell’oriente richiama il mito della primavera, che, a un certo punto, si trasfigura nel mistero di Cristo, cioè di un uomo-Dio, che è essenzialmente logos: è il mistero del Natale (p. 86), del venire alla luce, e della Pasqua, del risorgere dopo la morte. Per questo mythos il tramonto è il principio dell’alba, la morte è la premessa della risurrezione: la catabasi prepara l’anabasi (p. 81).

In questa prospettiva, anche il sentimento della natura riverbera luce di sole primaverile: non ha nulla di regressivo, non è ritorno all’oblio dell’infanzia, non è reimmissione nel seno materno; ma ricerca della casa del padre, contemplazione, densa di attesa, del mondo. Sul fascio di fiori raccolti nei campi, l’autore invoca l’invasione del sole: "Voglia il sole inondarli 2’ (p. 12).

Non c’è tempesta che possa oscurare questo orizzonte di primavera. Se qualcosa minaccia la festa dei fiori, delle foglie, dei frutti, basta attendere e sperare: "noi sapremo riaspettare — cieli di sole — perché riabbiano calore" (p. 13).

La natura è sempre raggiante e fiorita. È un rifugio nella vita (p. 19). E, come tale, dà il senso di una casa protetta e difesa dall’autorità del padre, che è sicurezza, tronco vetusto dalle radici ben salde (p. 13), albero della vita, amico e generoso (p. 21), sicuro sostegno (p. 22), manto protettore (p. 29), stella orientatrice e legge morale (p. 38), occhio che si posa sereno sul corso della vita (p. 39). È su questa tale base che l’autore fonda la sua speranza:

quella che gli fa ritrovare la strada perduta e lo spinge verso l’oriente: "aver la speranza - è come viaggiare con una compagna - che ti addita la luce .2’ (p. 42).

Generalmente il sentimento della natura è nostalgico; qui è insolitamente suscitatore di speranza. E ciò perché èpermeato di luce solare. Il sole è la matrice mitica di quella coazione a ripetere, che si traduce in certi moti riflessi o impulsivi di espressione, che C. Mauron chiama metafore ossessive: una specie di tic, che non so se tradisce senso di colpa o aggressività repressa, ma so che qui è legata al mito personale dell’oriente: "Ed illumina questo sole .2’ (p. 43). È il sole che riaccende la vita che si spegne e fa ddl’occidente un nuovo oriente. L’immagine paterna (= sole) attua il miracolo del rovesciamento dialettico: le forze di questo miracolo sono la fede, la speranza, l’amore (p. 47).

U natura quindi non assume mai il volto di una sfinge divoratrice: è piuttosto una madre (la madre delle madri) che asseconda l’azione del padre. Entro questa sfera l’archetz~o materno ha un suo raggio di attività, come spinta di elevazione, non come fascinazione dell’abisso originario.

È un archetzjpo che opera sotto l’immagine della donna per eccellenza, la benedetta fra le donne, vergine e madre, ma anche figlia del Logos: non è la dea madre della religione preellenica mediterranea, superiore al paredro, ma la vincitrice della natura: ad essa ricorre una madre in un giorno di poco sole, perché interceda presso colui che èla fonte della luce. È la mediatrice della luce: la propiziatrice del sole. Così è anche la madre terrena: essa non attenta alla coscienza morale del figlio, alla luce dell’io razionale, alla tensione dello sforzo verso l’alto (p. 51 sg.). Anzi è capace di dolore che nobilita, che ritempra, che trasfigura; e, quindi, innalza (p. 53 sgg.).

L’anima, nel senso junghiano della parola, qui è sottomessa all’animus: la essenza della femminilità, che nell’uomo è abbandono al ritmo oblioso della fantasia, si converte tutta alla luce della ragione. Se qualche poesia ha il carattere del sogno, è un sogno sognato alla presenza della ragione, in uno stato di vigilia: un sogno che non guarda indietro, non ha porte aperte sul versante dell’inconscio; ma si proietta in avanti come la speranza: è il sogno del vertice luminoso.

L’autore non ama veleggiare verso i lidi remoti della notte.

La sua crociera si svolge alla luce del sole: è un viaggio che ha un percorso cosciente e una meta conosciuta. Il suo sogno avviene di giorno, quando non dorme, quando è libero dai fantasmi della palude (p. 69 sg.).

La paura de/l’io è la contropartita di questa tensione. Eisa si manifesta soprattutto come meccanismo di estroversione: tendenza coattiva a fissare gli occhi fuori di se al di sopra di sé, su un oggetto trascendente, per non ritrarli nel profondo: nel temibile vuoto (p. 71).

E una volontà di occhi aperti, orecchi attenti ... (p. 78).

La fuga dall’inconscio sfiora talvolta il limite della nevrosi: "Hai mai osservato nella fucina del fabbro (p. 72). I/battere e ribattere sull’incudine il ferro da plasmare è come il forgiare un carattere di ferro nell’assoluto disprezzo de//’eros: un cercare la luce con uno spasimo atroce; un tendere all’io ideale come ad una meta irraggiungibile: ascesa senza vetta (p. 87). Di qui l’assenza di ricordi. L’autore non ama lasciarsi andare al flusso della memoria. Ricordare è come uno scivolare indietro, giù, nel caos dell’indistinto. È un andare all’assurda ricerca del tempo perduto. Ed egli non vuole, non può. Perciò la sua memoria è chiusa sul passato. E se indulge talvolta alla poesia dei ricordi, si tratta pur sempre di ricordi solari, che hanno la chiarezza e la bellezza dell’io razionale. Gli altri, i ricordi brutti, che minacciano di trascinarlo nelle sabbie mobili della selva oscura, egli li esorcizza invocando il Dio della luce (p. 76). Così egli si sente immune dai pericoli degli angoli bui: im~?une e sicuro nella sua speranza dell’oriente.

Sotto questo aspetto, la raccolta ha una coerenza tematica incontestabile.

La dianoia lirica non presenta fratture o lacerazioni rilevanti: il senso episodico di ogni singolo carme si innerva quasi sempre nel senso strutturale dell’intera compagine, nel cui ambito le reti metaforiche del contesto formale e i simboli archetipici del livello mitico tendono ad integrare quell’unità di visione, che N. F?ye definisce fase anagogica (simbolo come monade-totalità).

Ciò, ovviamente, vale al livello dell’intuizione.

Sul piano dell’espressione, però, è da rilevare, nella silloge, qualcosa di incompiuto e di acerbo, per cui le metafore poetiche non hanno talvolta quella intensità polisemica, che è propria dell’autentica concentrazione lirica, o quella ambiguità di valori espressivi, che rivela ricchezza di ispirazione, apertura di orizzonti spirituali, senso di cosmicità.

La parola ha un raggio d’azione più denotativo che connotativo, scarse risonanze supersegmentali: talvolta non è neppure parola, ma semplicemente termine, perchè la sua forza evocativa, suggestiva, musicale è, volutamente forse, contenuta nei limiti ristretti di una coscienza troppo preoccupata degli echi della vita profonda, e, perciò, in continuo stato di allarme.

E, si capisce, questo limite spiega anche la natura del modulo ritmico: un po’ monotono, talvolta un po’casuàle, in bilico tra la cadenza metrica e l’andamento prosastico: modulo che di tanto in tanto si scioglie in vere e proprie sequenze di prosa lirica.

Ma questa incongruenza dell’espressione con l’intuizione è uno scompenso naturale in un giovane autore a/la ricerca di una dimensione giusta, ancora in via di maturazione, che presenta più ricchezza di germogli che compiutezza di organismi viventi.

Perciò il limite non deve far dimenticare la promessa più sz~gnt/ìcativa, cioè quella sostanziale unità del pensiero lirico, che è un cosmo abbastanza interessante di motivi e temi poetici, rivelatori di una personalità dotata di una sua impronta etica coerente nel suo impegno, anche se unpo’ tesa, sollecita, ansiosa: in condizione, cioè, di pace precaria con una parte essenziale del suo mondo interiore: parte che attende ancora di essere ascoltata ed espressa.

Benevento, luglio 1975

GIANNI VERGINEO


NOTA CRITICA a "12 Angeli" (a cura del Prof. Antonio Santillo)

"La poesia è calore e senza poesia non si ha vita" così ha scritto il prof. Lavorgna Michele, ordinario di Lettere presso la Scuola Media Statale di Telese (Benevento), sintetizzando il significato semiotico e pluridimensionale di alcuni simboli e figure poetiche.

Ora egli in "12 Angeli" viene a noi con molteplici espressioni di svariati contenuti spirituali di vita e di momenti in cui si realizza individualmente e socialmente, rendendo intelligibili le possibilità creatrici e suggestive delle sue intuizioni e della sua fantasia.

Le idee ispiratrici dei "12 Angeli" del Lavorgna sono prevalentemente di natura religiosa e a volte mistica; se si tiene presente la tendenza impulsiva e la esperienza religiosa dell’autore, si avrà l’idea giusta del suo messaggio poetico, dei suoi vivi entusiasmi ed esaltazioni, e spesso anche della sua nostalgia del divino. (Cfr. "Ti ritrovo, Dio!" (p. 15) "...Tu solo sei la vita e Tu solo la doni. Da Te viene la vita e a Te ritorna" (p. 18).

L’autore si pone, così, spontaneamente e inconsapevolmente soggettivato da recenti studiosi dei fenomeni artistici, come Nicola Petruzzellis che in si ravvivi, voi (gli ammalati) ravvivate; .2’ (p. 28), "Gli animi accolgono nuova speranza" (p. 30).

Presente è anche l’aspetto sociale delle proprie intuizioni liriche e del proprio sentire: l’autore ama di solito appartarsi dal chiasso e, nella meditazione ed analisi del profondo individuale, incontrare gli altri.

Incosapevolmente il nostro Lavorgna si ricollega a quel simpatico filone, di cui ricordiamo Guglielmo Wundt e èon lui buona parte della psicologia moderna, che con profonda intuizione individua nell’arte, e nella poesia in particolare, un’espressione umana, determinata "dalle condizioni esterne della vita e dalle condizioni interne della volontà e della potenza dei creatori (cfr. Ranzoli C., Dizionario di scienze filosofiche, Hoepli, Milano 1943, alla voce "Arte", pp. 89-90). Le sue poesie sono prevalentemente uno squisito fatto spirituale, non dissociato dall’attiva collaborazione sensoriale e fantastica; viva e diffusa è la partecipazione emotiva in conformità della dottrina dell’Einfùhlung di Herbart, Meier, Gioberti, Lotze, Banfi, ecc..

L’autore è un cristiano, credente e praticante, e in quanto tale professa l’amore per Iddio e per i fratelli. La sua arte poetica ha origine nel centro dell’anima da profonde convinzioni e intuizioni che si sviluppano ed attuano attraverso le funzioni razionali, fantastiche e sensoriali: è la concezione estetica, la "Creative intuition" di Jacques Maritain e dei suoi seguaci. L’amore per Iddio e per i fratelli è una nota ritornante: "Amore che si comunica" (p. 28), "L’amore si rigenera, la carità si rinnova, la fede si ravviva" (p. 32), "E dopo l’odio c’è l’amore, ..." (p. 36), "Egli è fratello" (p. 55), "Comprendere è amare, amare è sentire" (p. 52), ecc..

Ma l’amore è Dio e Dio non è il deserto arido, né il caos, o tenebra e silenzio di morte; Dio è luce e canto di vita, è splendore inesauribile; è amore mai vinto e mai vincibile nel dono. E Dio è in noi e nei fratelli; noi uomini siamo immagine di Dio, ed il Lavorgna riscopre e rivive continuamente tali verità nella sua opera e poesia. (Cfr. "Amare, amare, amare ..." (p. 52 e segg.).

Nelle poesie di Michele Lavorgna spesso si ha l’impressione di una simbiosi di vita poetica e vita mistica. Spesso lo si coglie nell’attimo di rivelare l’eterno nel temporale, sembra a volte che si aspettano in silenzio e con impazienza celesti doni; alcuni momenti di ispirazione sono animati come da un atzimu.s che spinge a cantare ed operare, e non poche volte nella luce della grazia mistica o poetica: sembra che si rinasce con il mondo nella fraternità universale e comunione cosmica.

Si notano, tuttavia, a volte alcune acerbità formali o ricercatezze terminologiche, ma, come ogni tentativo e lavoro d’arte, anche questo del Lavorgna èespressione personale e inconfondibile. Dice Valéry: "L’art c’est moi, comme moi-meme", ed ogni, autore ha il suo proprio stile ed ogni creazione estetica è sempre qualcosa di nuovo ed originale.

Cogliamo l’occasione di queste brevi note per formulare all’autore Michele Lavorgna le nostre congratulazioni ed i nostri auguri anche per nuovi germogli e fiori poetici.

ANTONIO SANTILLO

Cerreto Sannita, gennaio 1976


 

MICHELE LAVORGNA

ED IL SUO MESSAGGIO POETICO (Nota dell’Editore di "Presenza Sconvolgente" - 1978)

Michele Lavorgna, nell’ormai ricco filone della sua poetica, come tutti coloro che scrivono libri di qualità e li pubblicano, esercita la funzione di "delegato della luce"; coopera al piano divino e, quale educatore degli spiriti, tocca spesso l’intimo delle anime in maniera delicata, leggera e quanto mai stimolante.

"Sono anzitutto un credente cattolico e le mie opere sono anche un atto di fede", così scriveva Michele Lavorgna in altra sua opera di poesia; e noi siamo d’accordo con lui perché musicista o poeta, pittore o scultore, romanziere o drammaturgo, uomo di cinema o attore, chiunque crea un’immagine di bellezza, esprime la bellezza del mondo e ci addita quella di Dio.

Non arrossisce il Lavorgna della sua fede, anzi è profondamente convinto che essa sia una gioia ed un vantaggio, un beneficio ed una speranza: cfr. "No, non ci perdiamo", "Ancora un peccatore", "Paure", "Punti = Dio", "Natale", "Uniti a Te, o Cristo".

In "Presenza sconvolgente" egli, interessandosi più al cuore che al cervello, soffre i pianti ignorati ed i deboli lamenti, i singhiozzi, le spine e le rose; il "Dolore come vento, vita, speranza, compagno di viaggio e faro" passa nella sua voce, si mischia al suo canto e sentimento, volteggia e raggiunge i lettori mostrando loro in faccia la realtà. "La campagna, le piante, il verde, gli uccelli, le acque" sanno in lui di ansia ecologica quanto mai attuale; "l’azzurro del mare, la notte stellata, il vento del mare" colpiscono e fanno vibrare i sensi suoi e del lettore e provocano esaltazione del sentimento e dello spirito, diventando un ricco pasto offerto a innumerevoli commensali. Così, l’arte e la poesia nel Lavorgna si precisano come vocazione a scoprire, ammirare, riprodurre, esaltare la bellezza o le miserie umane, le tenebre o la luce, l’egoismo o l’amore per gli altri, la violenza o il servizio, non come appesantimento dello spirito inchiodandolo al suolo, bensì, al di sopra della mediocrità, come elevazione verso l’eterno, il vero, il bello, il vero solo bene, il solo centro in cui avviene l’unione, verso Dio. Grazie al suo messaggio naturale, sociale ed umano di "Presenza sconvolgente", nella trasparenza di intuizioni liriche, il lettore sente lo stimolo di svegliarsi specialmente nello spirito e viene preso dal desiderio delle "cose che l’occhio non ha viste, che l’orecchio non ha udite, e che sono salite fino al suo cuore" (I Cor. 2,9). Affiora, a volte, la crisi esistenziale, il turbinare spesso crudele e soffuso di malinconia dei sentimenti in determinati contesti di vita, ma l’autore ~ spinto a vivere idealmente la vita della natura o quella degli uomini in simpatia provata e fratellanza sentita come amore sociale.

ti la costante speranza di un futuro diverso e migliore, sul piano umano o soprannaturale, che unisce in associazione ideale i lettori, l’autore ed il suo sentire e si stabilisce una consonanza di affetti, gioie e sofferenze, per cui il Lavorgna resta pure simpatico. Anche per. questo lo scrivere per il Lavorgna diventa un atto sociale ed egli porta la fiaccola e trasmette la fiamma; non importa se poi egli come tanti anche buoni può sparire nell’oscurità.