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Michele Lavorgna - poeta           home

 

Raccolte inedite ed altri scritti di Michele Lavorgna

Con commento di Rosario Lavorgna

 

1) "Persone in Trasparenza" (?1979/84)

2) "Varia – Estemporanea" (1984/86) dove si firma anonimo italiano

Le due opere menzionate, appartengono ad un filone diverso del poeta, ed anche le date sono incerte e difficilmente collocabili.

Con le dovute perplessità si pensa che la prima, in senso anagrafico di queste raccolte sia: "Persone in Trasparenza", opera che molto presumibilmente, calcolato anche il significato intrinseco delle liriche contenute, appartiene ad un periodo di profonda metamorfosi del poeta, per cui stabilirne la data esatta di produzione non è possibile. In ogni modo sembra appartenere al periodo di produzione 1979-84.

Della prima raccolta esiste solo il progetto dattiloscritto su 9 foglietti dall’autore stesso.

E’ ovvio che la raccolta non è completa, infatti ha disseminato su nove fogliettini i versi di una sola lirica, mentre su di un foglio intero riporta una lirica non titolata, ma chiaramente riferita a San Lorenzello, a cui il poeta aveva dedicato tutto il suo amore e la sua devozione.

Riportiamo integralmente, escludendo (o includendo a seconda) le correzioni di pugno del poeta, la lirica dedicata a San Lorenzello.

SAN LORENZELLO

Unica,

ti sono dappresso

da che nacqui,

io, figlio

dei tuoi figli:

ultimo, si!

ultimo, no!

Ma sono poeta

e ti do voce

e cuore:

Vi vorrei vedere,

figli, miti formati

riuniti in cerchio

sia che l’uno

la mano prenda

dell’altro;

ad uno ad uno

ricollegarti

a tutti i figli miei

e fratelli vostri,

lontani.

Coi fili dei ricordi

E dei pensieri

Io, Michele Lavorgna,

già mi collego,

e l’una e l’altra mano porgo.

Nessuno è lontano.

IL resto della raccolta è composta dai fogliettini di cui abbiamo già parlato, i quali non seguono un ordine prestabilito, ne sono titolati, tanto da lasciarci nel dubbio se si tratti di una unica lirica.

Un certo ordine, almeno in senso numerico lo dà lo stesso poeta, numerando a penna i bordi dei fogli.

Il resto della raccolta prosegue con il foglietto numerato "1"

<< La penisola è quasi un’isola. Non ha mare in un

punto continuo (?) e questo importa, perché l’arte di navigare

di vogare, di nuotare non è tanto conosciuta ne

praticata da chi vive nell’entroterra, in certi campi,

su certi colli, o monti e, sì, in un bosco…

Solo per vita terra si entra di qui (?) in contatto

Con coloro da qui altri rifuggono.

E non si teme, e non si affonda!

"E si è fuori dell’acqua che si inquina!" Già!

" Ma ci sono anche vie aeree!" E sì!

Il foglietto numerato "2"

<< Gratis tibi agimus, Deus!

Ci hai messi al mondo uomini!

Non erriamo tanto e ci riportiamo sulla nostra

Via, allontanandocene.

Ma! Eh, sì, l’uomo da solo manca di forze!>>

Il foglietto numerato "3" ( in questo componimento vi sono degli spostamenti di parole apportate di pugno che noi tralasceremo seguendo il filo originario del discorso

<< Ri-osservo, trovandomi, in un giorno d’agosto,

per svago o riposo, sulla riva del mare (Tirreno),

a quell’acqua (la stessa) che(?) e va e trona e va e torna

e va e torna, e bagna e bagna e bagna gli stessi

punti o tratti di spiaggia che, ipso facto, sono

raggiunti e toccati dal sole, ad interim tenuti

o occupati da bagnanti, e visti da me.

E sole ed acqua gareggiano per conservarci o per

Levarci il…posto.

Oggi, io e i bagnanti ne siamo lontani.

Come ci eravamo, in numero (lo stesso) e persone

(le stesse) non ci torneremo mai più.>>

Il foglietto numerato "4" (anche in questo componimento vi sono delle variazioni apportate di pugno dal poeta.)

Le sfere dell’orologio: l’una lenta, l’altra

Veloce si rincorrono con regolarità controllata(?).

Compiono ciascuna la propria funzione segnando

Minuti secondi, minuti primi, ore.

Come cose conservano un "buon" ritmo!

"Finchè non si fermano"! E già!

I restanti foglietti sono sparsi, non numerati dal poeta, per cui è difficile collocarli in serie. Li riporteremo con lo stesso ordine in cui sono stati rinvenuti, lasciando tra l’uno è l’altro dei puntini sospensivi. Riporteremo anche le variazioni di pugno del poeta.

Si sa di essere coerenti con i principi della ragione

(che ci fa uomini) e della fede (che ci fa forti).

………

A gradi che sono infiniti si vedono le cose!

Si fanno nostre (?) non possedendole.

E ci spogliamo dell’egotismo e egocentrismo

Che (ci) si insinuano ?

……….

La volontà libera che fa? Che chiede? Che spera?

Che domanda? Che si aspetta?

………

Le cose (consideriamo due parti di un albero!)

Dipendono le une dalle altre: il fusto dalle

Radici che lo ancorano al terreno, le radici

Dal terreno che le alimenta, e dal fusto che

Anche le fa vivere.

Ma altre parti stanno sull’albero, sotto, intorno,

discosto. Quante!

Le considereremo?

………

Un sonno profondo con un lungo sogno

Ci porta talora in un mondo appena immaginato

Del quale si viene a conoscenza nunc denique,

da fermi.

Che ti fa il sonno e che il sogno!

……….

Un cucciolo latra dai piedi di un albero,

un uccello gorgheggia dalla cima.

Che gorgheggio, che latrato, distinti!

Simul emessi, vengono, vanno nell’aria….fondendosi.

Dove non giungono! Chi li raccoglie? Chi?

O sono da raccogliere solo voci umane, e voci di

Uomini grandi grandi grandi…(?)

La seconda raccolta inedita, che il poeta chiamò "Varia – Estemporanea", firmandosi ‘Anonimo Italiano’, riporta un foglio a mò di copertina, dove il poeta aveva appuntato l’anno di produzione, 1984, e la casa editrice a cui avrebbe dato l’opera per la stampa, La Laurenziana di Napoli, di cui il poeta si era già servito per alcune altre opere.

Sul frontespizio del foglio originale, è scritto a matita il poeta aveva appuntato il numero di pagine di cui l’opera doveva essere composta: 32 pagine, delle quali ne restano solo 5.

In questa seconda raccolta inedita, maggiormente che nella precedente, dove lo stile è quello inconfondibile del poeta, si nota una metamorfosi sensitiva, dovuta forse anche allo stato depressivo in cui il poeta versava. L’opera senza dubbio è stata progettata nel 1984, e il foglio di intestazione ne è la conferma, ma alcune di queste liriche furono scritte molto dopo, anche se delle rimanenti 27 si è persa ogni traccia. Resta però il dubbio che le restanti 27 non siano mai state scritte dal poeta, che solo nel progetto mentale dell’opera aveva pensato alle 32 pagine.

Lo stile di questo secondo inedito non è più il poetare come cantare, ma maggiormente il poetare come lamento stridulo, in assenza totale di sogno, ma solo di coscienza pura, testimone di un dolore interiore che lo accompagnerà sino al tramonto dell’esistenza.

Varia - (Extemporanea) Laurenziana –Napoli 1984

(I fogli sono divisi in maniera anumerica, senza seguire un valore crescente. Il primo foglio è numerato ‘8’. Nella lirica è presente anche un timido tentativo di vernacolo.)

Bambini bamb…bbb…ini ini ini?? Quan siete belli

Belli belli vi portate na carazza cu vui come quella

Che vi mandò papà (?) Giovanni e crescete cresce criscitiiii…

foglio numerato ‘7’

Eh, sì, sì, sì ha un sentire, un vedere, un capire, un testare

Un parlare un linguare (sostituito a penna dal poeta con ‘parlare’), un fare

Un assaporare, un potere…

Che non si può! Cala persino il Cielo con tutto il fir-ma-mento

Per coprirci o nasconderci agli uomini e non uomini.

Ma c’è un’anima che ci fa sempre uscire di là per tras-portarci

Più lontano lontano lontano…

Che vedere (correzione di pugno era scritto ‘ridere’) che sentire

Vedere, sì, da lontano lontano, lontano un corpo che rimane

Senza vita, sì senza vita ad attendere

Che una mano ed una bocca s’accostano per lievitarlo

E far uscire…

(questo secondo la correzione del poeta, ma la versione è: ‘ …che una mano come miracolo, giunga per allietarlo e far uscire…)

Foglio numerato ‘3’( in questa lirica molte sono le correzioni di pugno del poeta)

 

Non mi sono coricato in un letto di spine né di rovi ma in

Un letto di piume e… ho fatti sogni tra i più belli:

mi sono messo a contare le piume,

ed una di esse mi è rimasta attaccata al petto come su una panca

e la u se n’è saltata: si sono cambiate le prime (?) (variazioni di pugno del poeta in parte incomprensibili)…

 

Vuoi sapere dove sono andati a finire? Trovali, trovali trovali

Non ti appaiono spezzati?

 

Mi sono coricato (ricaricato) in un letto di rose, e che credi

Ch’io abbia sognato? (??) del mio cuore cui

dedico questo piccolissimo libro perché ci unisce

un’immagine sacra limpida chiara santa dolce pura celestiale

e che più?

 

Al dizionario non ricorro per pesacre gli aggettivi più belli

 

Tu non lo fai, io non lo fo, altrui lo faccia, lo faccia, lo faccia!

Imparerà, imparerà, imparerà.

 

Foglio numerato ‘2’ – riporta anche il numero romano ‘IV’

 

MI sembra di non essere più io!

 

E dove non corro, dove non vado. Il cielo mi tiene, la terra non mi

Tiene.

 

Cielo e terra, sapete voi darmi un posticino che rimanga tutto

Mio?

Come lo bramo, proprio lo (?)…

 

Questo non si ignora forse: quanto è nell’animo mio, nell’animo tuo!

Ci incontriamo per lavorare insieme, per scambiarci parole, pensieri…

Non ti avvali forse, sì dillo con sincera fede, ti prego dillo

Con sincera…

 

O non ti avvali del mio nome per scrivere esternare quel che ti porti

Dentro?

 

Io sono io, tu sei tu. Usi forse nome di altri perché si dicano

Cose nostre.

 

Il poeta è poeta quando ha da scrivere cose sue, non di altri.

 

Il poeta non è poeta sempre perché che poeta è?

 

 

 

Foglio numerato ‘6a’

 

Donne donne, pure vi sento quando bevo l’acqua fontis,

pure vi sento quando mi vedo fermo accanto ad aiuole!

Solo che sono io di un solo pezzo e corpo e quando sono

Accanto alle mie poche ma fragantissime aiuole, dall’altre,

sì, è vero, A, non potrò poi avere tanta tanta cura Di…

 

In questa ultima raccolta poetica, come è già stato detto, il tono assunto dall’autore è molto diverso, maggiormente stroncato, più satirico rispetto alle produzioni precedenti.

Nelle due raccolte incompiute ed inedite riportate in questa sezione, abbiamo avuto modo di vedere come il poeta si sia affacciato al vernacolo, ma non solo, come abbia tentato di oltrepassare la corrente ermetica, alla quale la critica letteraria lo rilega, cercando maggior conforto nel verso poetico delle pseudo post-avanguardie che, avendo fagocitato la lezione letteraria dell’imagismo poundiano, si sentono in dovere di riportarci emozioni prive di punteggiatura, dalla consequenzialità precaria, dal verso tronco e tendente all’illogicità, alla chiara volontà di non palesare i sentimenti personali ne quelli collettivi.

Questo è quello che si evidenzia nelle raccolte raccolta di liriche che compongono due diverse collezioni, il cui periodo di composizione varia dal 1984 al 1986.

 

 

Oltre a queste poche liriche che compongono il quadro inedito del poeta, andremo a pubblicare anche due recensioni che il poeta scrisse relativamente a due sue opere: "Verso Oriente" e "Angeli Nuovi" ,

Il primo scritto in ordine di ritrovamento è la sua recensione di "Verso Oriente:

<<VERSO ORIENTE –1972 "Verso Oriente", la seconda delle mie opere, edita dalla casa editrice Abete di Benevento, nel lontano 1972, è sempre attuale in quanto in essa, dopo la prima esperienza fatta con la pubblicazione di "Luci sulla Via, presso la stessa casa editrice, enuncio principi (la poesia è fatta anche di questi, a detta di uno dei colossi della letteratura italiana) che non sfuggono, ma si evidenziano, lo spirito avendoli riportati nella loro spontaneità.

Sicché tutto quello che da esso (dallo spirito) esce, mira ad assicurare una ben precisa immediatezza, tale da fare di ogni afflato poetico un initium che induca anche a ragionare su quello che si stende su di un foglio poeticamente.

Non occorre fare grandi sforzi di mente o di vista, per fare nostro, in maniera nitida, le numerose avallazioni che provengono da un delicato animo, capace di percepire le più sottili, dritte o men dritte asserzioni che eventualmente si fanno intorno ad un dato luogo, sul quale si punta l’obiettivo poetico.

Pertanto se si hanno mente e cuore ben lucidi ed attenti, mutandosi entrano persino là dove mai alcuno è entrato, né di forza ne per via libera e vi coglie quel che vi… risiede.

Con questa opera io guardo all’ oriente, punto essenziale dal quale viene la luce, quella del sole, che illumina il giorno, appena uscito dalla notte, e lo focalizzo, non già geometricamente ( il che pure sarebbe desiderabile) ma quasi a guisa di ente, dal ciel venuto, a guidare noi sparsi sulla terra, spesso in preda al terrore che ci prende per tutte le accidentalità.

L’oriente, ergo è per me un punto di riferimento, ma esso si sposta dall’uno all’altro capo, nel muoversi della terra (talora no?) sempre là dove il sole tramonta per dare agli altri dall’altra faccia della terra, un altro oriente che non è per nulla dissimile dal primo.

E non pensare che gli altri punti, quello del settentrione, del meridione e di tutti quelli interposti, non si beneficeranno di questa luce e di questo sole, perché man mano che la terra si sposta, nel suo movimento di rotazione, riceve di questo biancore e di questo calore che riavvicinano anche quelli che diciamo d’oriente e allargano le sue pene fasce di…chiamiamole di vita sul creato, quello che prima era avvolto da tenebre dense e meno dense.

Le mie liriche si infarinano per l’appunto di tutto questo ben di Dio, mentre tengono lontane le spire del demone.

Con queste liriche ancora mi inoltro, attraverso la "bellezza poetica", il diletto cioè , persino nelle zone più celate, anche in quelle che sono, geometricamente parlando, là dove mi arrivi "un raggio di sole", per ovvie cause, e vi sto, come per fare ogni cosa possibile, perché ne rimangano fuori.

Ben è vero che la poesia ha da venire a sapere che cosa giri, che cosa si fermi o non si fermi dentro questo universo, e come vi giri e vi si fermi, ma il tutto deve essere come seguito da questo "io" che, dalle mille facce e dai mille volti, si stempera quasi in un crogiuolo che raccoglie persino le scintille sprigionatisi da un ferro duro ed infuocato, battuto su una incudine ben piazzata.

E’ anche vero che le stesse scintille danno fuoco e luce per meno di un istante, unitamente a quelle che vanno a cadere a terra.

Bisogna però convenire col Tasso, sommo poeta, che non vi è oggetto o corpo, sia pure minuscolo che non abbia una vita che benefichi. Sì perché se si aprono ferite, per quante larghe che siano, dopo la chiusura formano una cicatrice ben salda che con il tempo rattrappisce , ma solo la morte sfa e porta manco alla fine, ma al mutamento.

"Omnia mutantur". Le mie poesie di questa opera "Verso Oriente" per l’appunto sono destinate a sopravvivere, seppure non vengono lette ( ma un lettore, uno solo, pure vi sarà) perché ritengo che siano per chiuder (e non per aprire) lesioni che si fanno o si provocano ‘in questo umano vivere’, anche su parti di spirito, oltre che di corpo, che sono tenute bene al coperto.

E perché? E perché? E perché?>>

Il secondo scritto è la sua personale recensione alla raccolta " Amgeli Nuovi":

 

<<…Introduce la mia opera " Angeli Nuovi" ed è come l’antefatto forse meglio riuscito per ‘acclarare’ lo svolgimento del mio più significativo momento poetico.

Mi addentro, con questa premessa, nel sentire del virtuosismo, ovvero dell’ineccepibile e dell’inappagabile, per giungere ad una più matura consapevolezza di quella che è la tematica di un (?) poeta, per l’appunto.

Non mi è estranea la gente, con la quale desidero entrare in colloquio che mi porti ad un chiarimento (e arricchimento) dei pensieri e delle idee, e non mi sono estranee neppure le cose che vorrei dare l’anima, perché possiamo pure sentire, più da vicino le loro…pene.

Sì, per davvero, in quanto che, come afferma il grande e cercato Leopardi, non vi è cosa al mondo, che non esprima (sic) secondo il proprio modo, quelle stesse ansie o apprensioni che sono proprio (proprie) dell’uomo.

Perciò scriverei questo termine con l’iniziale maiuscola e direi Cosa, perché ben si avvale di una accezione più consona alla sua natura.

Esseri animati quindi ed inanimati si contemperano e compenetrano, essendo di natura più che umana, divina, in quanto che, come ci insegna la religione e come è scritto nella Genesi, tutto e tutti ha creato l’alto Dio, infondendo lo spirito vivificatore e alitante in tutte le sue creature.

E per creatura si intende ogni essere.

Mi rivolgo in primis con questa pacata e inobliata nota, ai miei "Angeli Nuovi"; ad essi che considero come lasciati a spaziare dentro il passato.

Ma il guardare indietro non mi rapporto di pura confidenza onde insieme possiamo innalzare, unendo le voci, un vivo grazie al Sommo fa chiudere gli occhi davanti a quel che si rivela dai vari punti: dal Settentrione al Meridione, dall’Oriente all’Occidente.Anzi tutto quello che è racchiuso tra di essi si fa ancora più presente alla vista, nonché all’udito, perché meglio possa essere stretto a me in un Creatore, che ci ha permesso di stare sulla terra, in dipartimenti da lui assegnati, secondo un ordine prestabilito, forse ab aeterno.

Il poeta è sacerdote, santo, angelo e con la voce dei sacerdoti, dei santi, degli angeli e con i loro cori e canti si presenta alle persone, siano fedeli o no, per recare loro sollievo in ogni tempo, specie in quello che ha dentro di sé agitazione e dolori che rendono debilitanti ogni umano operare.

Il poeta inoltre è ben vicino a Dio proprio quando pare che se ne allontani, perché allora si apre di più alle necessità di coloro – e ce ne sono !- che vivono senza essere sostenuti dalla fede che, quale dolcificante ambrosia , sazia anche le bocche più affamate e, quale eccellente natura, bagna anche le labbra più assetate.

Il poeta (non è un poeta) non è un cantastorie all’angolo della strada, ma un viatore che si ferma qua e là: per una via di città, davanti alle porte anche chiuse per bussare ad esse e chiedere di entrare o penetrare nei…palazzi onde verificare i sussulti (sic) di chi vi sta ad abitare; e per una via di campagna si ferma anche davanti ad un ‘filuzzo d’erba, per penetrarlo ugualmente e venire a sapere da esso che aria respiri.

Perché giustamente afferma il Pascoli, che alla quercia abbattuta si ha da guardare per capire che è stata "buona", ma anche e soprattutto ad ogni filo d’erba che, aggiunto ad altri mille e mille, possono formare persino una montagna, che nell’insieme fanno riflettere; separatamente i medesimi fili allontanano gli sguardi.

Viva Dio! Dimentichiamo spesso di essere uomini, mentre ci dedichiamo ad un lavoro e ricordiamo il lavoro che non si è portato a termine, mentre ci chiudiamo in noi stessi.

Usciamo da questo ‘io’ ed apriamoci agli altri: chi mai si crede, può sempre starci dapresso nei momenti più impensati, e ricevere da lui qual che ci manca.

Perché completi, purtroppo, non siamo.

Così le voci si faranno canti, i canti si faranno voci al cospetto di altre voci che van distanziandosi, e come d’incanto le assorbiranno e condurranno allo stesso timbro dei primi e sì che allora si apporteranno pure delle correzioni, se occorrerà, al fine di fare il più possibile "un solo largo e lungo concerto" che sia di plauso e per noi e per gli altri, i quali si saranno astenuti dal mantenersi per una direzione errata…>>

 

In entrambe le recensioni il poeta esprime direttamente il suo sentire lirico in una sorta di saggio critico delle proprie sensazioni poetiche.

In effetti basterebbe prendere in considerazione questi due scritti critici, per mettere insieme la filofofia artistica di Michele Lavorgna.