Michele Lavorgna - poeta |
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ALCUNE OPERE CON COMMENTO ( a cura di Rosario Lavorgna) |
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| Da: "Luci sulla via" (1971) Come un fiume Scorre il tempo come un fiume che ha or acque calme, or acque rovinose. E come un fiume le travolge le cose, e non solo le cose, o le blandisce. E come un fiume le raccoglie... le acque, e non solo le acque, e le riversa o le ridona. Come un fiume che non si ferma, che sol devìa, scorre il tempo. E se nel fiume ti bagni, al sole, poi, ti ascighi? Lautore si pone, e non per la prima volta, a riflettere sulla vita attraverso un cardine astrofilosofico: il tempo. Lo paragona ad un esempio di natura attiva e feconda: il fiume. Il nodo centrale pare essere il tempo, pallido e autodiegetico osservatore dello scorrere umano immerso in questo fiume ideale ed ipotetico che ha tutta laria dellidea greco-classica del "Pantarei". Una vena di pessimismo, che non è usuale nellautore, corre tra le parole: <....le blandisce le cose....le travolge le cose....> Il fiume non si ferma, devia soltanto, come il cuore delluomo che dalla nascita alla morte è un continuo battare di colpi ritmici e sincronizzati, così il fiume non si ferma, ma può deviare, allo stesso modo come devia il cuore e lanima dal quotidiano camminare. Il fiume segue il suo corso incuneandosi tra le roccie, creando curve circolari di perfezione geometrica, così il tempo passa inesorabile portando via il meglio di noi, le acque più limpide, cadendo rovinosamente in cascate che indeboliscono lo spirito e possono compromettere il nostro naturale cammino La domanda finale negli ultimi quattro versi rende il senso della nostra vita alla luce di una entità generatrice:<... e se nel fiume ti bagni - al sole poi ti asciughi?> Si riuscirà mai a ripulirsi delle umane cadute? I nostri abiti sono fradici, ma lo è anche il nostro cuore, saremo in grado di asciugarci al sole della fede? Per tutta la vita il poeta ha teso i suoi sforzi verso questa ricerca. Luce del Mattino Ti guardo in questo primo meriggio con locchio limpido di un mattino di sole Subito dopo la notte più splendida pare la luce e più ci colora. La luce, simbolo di vita, di fede, divinità un tempo preziosa o semplice evento astrofisico è per il poeta veicolo di riflessione, termine di paragone tra il bene e il male . La vita si nutre di luce dopo la forzata morte notturna. La bellezza di una donna, della natura, di un qualsiasi oggetto inanimato o animato che sia deriva dal calore e dal colore che la luce gli dona. In questo caso il poeta non cerca fini aforismi o recondite metafore, va al dunque con semplicità e tepore, in unalternanza di aspetti cromatici che rendono il senso ermetico del vivere nellombra di una notte aspettando il colore del mattino. Il suo guardare astratto, quasi malinconico, si gonfia di gioia quando la luce penetra nella sua oscurità interiore e gli permette di distinguere i colori ed i profumi inconfondibili del primo mattino, le sfumature e i chiaroscuri che le tenebre avevano rapito stendendo il grigio velo di insensibile cecità. Il sole, punto estremo di luce, è sempre presente, come fosse lantagonista ideale delle umane incertezze e di quellateismo materialista del nostro post-moderno. Attesa Ben venga la primavera! Sulla terra ancora fredda fra le piante ancora spoglie sto. Il componimento segna uno dei momenti fondamentali della produzione lirica del poeta. Avendo fagocitato libri ed idee dellultimo modernismo italiano, ed essendosi avvicinato alle idee formulate dalla corrente ermetica di Montale e Quasimodo, egli tenta di spezzare il senso delle cose, di dare loro un significato ancora più recondito, da scoprire o semplicemente da immagginare. A prima vista non si riesce a capire nulla, si brancola nel buio delle idee, cercando invano di interpretare un desiderio di chi nel gelo morale, intellettuale e ideologico cerca e spera che la primavera, stagione del buon senso,porti il tanto sospirato calore, lagognata intuizione e soprattutto la tanto acclamata ispirazione. Il poeta no ha mai sofferto il problema della sterilità di idee o della mancanza di fonti ispiratrici, ma quì sembra voler provare lebrezza dellessere a digiuno e si pone tra le foglie spoglie che, la primavera alle porte, non ha ancora guarnito. Il tutto diventa unattesa, una sofferto attendere il sole, la luce, il calore ed il colore tipico della stagione oggetto del componimento. Ma egli attende, compito e assorto, quasi immerso in una escatologia di stampo giansenista il divenire delle cose, sempre pago del fatto che il futuro è nelle mani di quel "Deus ex machina" al quale rivolge le sue preghiere e non solo, anche i suoi reclami. La strada Strada sghemba, per nulla agevolmente percorsa, mi hai insegnato a camminare. Altro esempio di significato lato delle cose, racchiuso in un componimento di cinque versi assemblati dallautore in modo tale che ciò che espongono non sia esattamente ciò che lautore intendeva dire. Questa volontà parolicida di deviare il senso di ciò che si pensa è stato uno degli aspetti fondamentali della letteratura negli anni 30-50 del nostro secolo, e come una moda blasfema di intendere e volere trasporta il significato delle cose su di un sottilissimo filo, spezzando il quale, non avremmo più letteralmente significato. Lidea è luomo, il suo camminare e divenire, distinguendo bene i due aspetti, adoperandosi ad inserire la vita tra loro, il vissuto, quel passato che fa parte integrante di noi, ma che noi puntualmente rifiutiamo. La strada, come seconda idea, o come coprotagonista con luomo, simbolo di maturità, osservatrice privilegiata della caducità umana, o semplicemente pezzo di terra battuta adibita alla viabilità ed alla deambulazione degli individui. Simbolo di ricordi <...per nulla agevolmente percorsa.....> buoni e cattivi delle sconfitte come delle vittorie. Tutti imparano a camminare...sulla strada, poichè ognuno ha una strada da percorrere, sia essa difficoltosa, sia agevole, ma il poeta è lunico esponente del pensiero umano che rimane a riflettere e a rimurginare sul fatto, quasi ringraziando...< mi hai insegnato a camminare.> con strozzate lacrime di commozione. Come la strada che, è sghemba e non sempre facilmente percorribile, così la vita, a mò di strada ci rende i "camminanti" di noi stessi, mostrandosi ad ogni curva e su ogni suo dosso quanto prezioso e greve possa essere il dono di esistere. Terra natia Un minuscolo pezzo di questa terra, San Lorenzello, porterò con me, allontanandomi, e coi ricordi di un tempo, nel mio giorno, meglio che ora, tutta rivivrai. Che si riappaghino le nuove ansie non so; certo le deporrò, ovunque io sia, sulla mia terra. Il componimento, denso di significato, è ancora unaltro esempio della flessibilità lirica dellautore. Mai imprigionato in metricismi o ideologie letterarie, si limita a presentare il suo sentire in maniera semplice ed esplicita, a mò di illustrazione diretta della sua vocazione allarte. Nei travagliati momenti del flusso poetico lautore si aggrappa a ciò che rimane della vita prima della morte: i ricordi, il paese natio. Il tema della morte, già di per se così brutale, viene trattato con rispetto, ponendo al bando la costernazione ed il dolore che essa provoca. La signora in nero, diventa una naturale conseguenza della vita, un riappagare le antiche ansie, la ricerca di un porto calmo dove riposare. Nel rinascere a nuova esistenza, magari solo spirituale e fluttuante, il poeta rivedrà il paese, lo rivivrà, anche se il suo desiderio è quello di avervi un luculo sicuro, un pezzo della sua terra che lo accompagni nel trapasso. Il sonetto, se così può essere definito, ha un sapore prettamente romantico del ritorno alle origini, del pianto ai defunti di foscoliana memoria, anche se il nostro autore non eccede in commozione o cordoglio, anzi accetta la legge della natura evitando lo scontro diretto tra la caducità della vita e la forza illusoria delle idee. Il pretesto del componimento rimane il paese: SanLorenzello, minuscolo borgo le cui strade sgaiattolano da ogni dove raggiungendo a corsa inclinata leterno e legendario fiume Titerno. Il poeta sembra assorto in questa descrizione poi, quasi intravedendo il tramonto della vita, riappaga le ansie cercando rifugio sicuro nella sua terra. Lesempio chiaro di quanto un poeta, più di un qualsiasi uomo, sia attirato dalla vita presagendone la morte.
da: "Verso Oriente" (1972) Davanti ad unaiuola Potessi racchiuderti ora, come in una piccola ampolla, profumo di un fiore appena sbocciato! Tanta fragranza con tanta purezza chi ti donò? Forse il sole col benefico calore, forse il cielo con lutile pioggia, certo la terra con le vitali sostanze. Ed il sole, il cielo, la terra di chi sono doni? Potessi racchiuderti or ora, come in una grande ampolla, profumo di un fiore, potenza di Dio! Il poeta è immaginariamente seduto ad osservare unaiuola, dalla quale sbuca un fiore appena sbocciato che, suo malgrado, lo porta a riflettere e logicamente a creare. Lidea della natura madre e matrigna non si rivela così forte come forse era nel pensiero romantico, certo è che lautore scavalca il senso comune di natura, per presentarci alla fine lunico e vero creatore, ideatore delle meraviglie di cui la natura si cinge. Quel profumo forte ed acre al tempo stesso inalato dal poeta, lo porta a riflettere "de visu" largomento bellezza, natura, Dio. Quel fiore a cui lautore concede il suo interesse proviene da tante forze insieme, il suo profumo è un segno distintivo di vita, quel calore così intenso rende il poeta pago dello sforzo esercitato per congegnare e stendere il suo sentire. Se il profumo di un fiore è potenza di Dio, ciò che di quel profumo si dice è vera potenza di poeta. Verso Oriente Nubi...tante nubi a ponente! Mi volgerò VERSO ORIENTE, al sole rutilante del mattino, e quanta luce e calore, quanta vita! Giungerò così , fasciato di questi raggi di sole, al tramonto. Se non fossimo stati certi, manifestatamente comprovando la salda fede cattolica del poeta, saremmo stati sicuramente tentati, a questo punto, di ipotizzare un ripensamento di fede di stampo maomettano o orientaleggiante in generale. Certo che il voltarsi ad oriente, l osservare la bellezza e la luce che a ponente sono serbate dalle nubi, il giungere così al tramonto quasi inginocchiato verso quel sole danno proprio lidea ferma e sollecita di un mussulmano in cattività. Ma, se andiamo ad esplorare il significato recondito delle cose, se ci poniamo nellottica del poeta, se partiamo dal presupposto ermetico delle sue parole, non può apparire altro che un uomo amareggiato di ciò che vede. Il suo simbolico voltarsi verso oriente non è una protesta formale nei confronti di una fede ormai in metastasi, ma il gesto di colui che, confortato da una profonda fede nelluomo e in Dio, cerca nei citati punti cardinali unappiglio, un qualcosa che possa condurlo indenne al sole del tramonto. Visto da questa ottica, il componimento è da considerarsi una preghiera a quel Dio che, visto nellonnipresenza e nellubiguità possa fasciarlo dei suoi raggi e condurlo per mano alla ricerca di un cielo senza nubi. Leterno concetto di fede, religiosità pervade lintero componimento, segnando un periodo fecondo e laborioso in cui il poeta, saziandosi dellimmensità di Dio, constatando la materializzazione che gli uomini ne fanno, provoca volontariamente la polemica affinchè essa chiarisca le idee. Vuoto Guardando negli occhi tuoi che guardano e non guardano, ci sembra di cader, talvolta in un temibile vuoto. Il componimento, che appare libero dalle forme metriche e dagli schemi prettamente poetici, non è altro che una pura e semplice constatazione delloblio in cui gli sguardi vitrei, assenti, devitalizzati ci conducono. Lautore non ha mai preso in esame simili moti dellanima, ma il vuoto, considerato lanticristo dellanima, lo scuote e deprime al tempo stesso. Il veicolo naturale del vuoto esistenziale, della paura di guardare e di esistere sono gli occhi sfere multi colore, testimoni "oculari" della nostra esistenza, specchio dalla nostra anima che, sia pulita che nera di peccati non è immune dal vuoto psicofisico, temibilissimo nemico della vita. Và Che tu sia come una goccia dopo goccia dacqua azzurra ed estingua una minima parte di tanta sete ed elimini un solo piccolissimo neo fra i tanti sul volto di chi tincontra, e fecondi un sottilissimo filo fra i tanti derba! Anche questo componimento è libero da parametri lirici, anche se può essere, a ragione, considerato il migliore esempio di fede e religiosità che lautore abbia esposto nella già citata raccolta di cui fa parte questa lirica. Verrebbe più la voglia di considerarla una preghiera, un privilegiato veicolo verso il cieo, verso Dio. In qusti pochi versi lautore riesce a sintetizzare con grande coraggio e fede i mali delluomo, le brutture verso cui un ipotetico"Tu" vada a riconvertire. A prima vista sembra un passo della Bibbia, sembrano le parole di qualche evangelista o discepolo, ma il poeta è lunico artefice di questo supremo sforzo, questa elevazione dellumano verso il divino, senza le pretese titaniche di gloria, ma con la speranza e la certezza che dalluomo un giorno verrà un altro uomo che tra i tanti fili derba ne fecondi uno.
da: "12 Angeli" (1976) Amare Amare Amare Comprendere e amare, amare e sentire. Chinque tu incontri lungo queste strade, in un giorno di sole o in un ora di tempesta, di mattina o di sera, ti appartiene, devi amarlo! Sarà un uomo o una donna (o un bimbo), nutrito o no di cari affetti. Cammini con occhi aperti e vivi o con occhi chiusi e...spenti, indossi un abito nuovo o un abito vecchio, si fermi o si affretti, ha bisogno del tuo sentire e del tuo comprendere: del tuo amare: quello è un figlio e tu immaggina che sia tuo figlio; quello è un padre e tu immaggina che sia tuo padre; quella è madre, quello è fratello. Amare, amare tutto ciò che ci circonda, che ci investe, che ci inebria e, sopratutto che ci disturba. Il senso di tutto ciò lo troviamo nel citato componimento, al quale il poeta dona una irresistibile sacralità attraverso la scelta dettagliata del lessico, dei verbi e delle conseguenziali.
<"Comprendere e amare, amare e sentire...."> attività dellanimo tesa ad accertare quotidianamente la compatibilità del vivere comune; il poeta è certo, come del resto gran parte dellideologia letteraria romantica, che lamore, la devozione verso le creature di Dio, sia lunico passaporto per la felicità. Lidea del poeta, la sua filosofia esistenziale, viene a semplificarsi mostrandoci il vero volto umano, dignotosamente ostentato da chi non è solo "nutrito di cari affetti", ma da una irremovibile fede nelle potenzialità nascoste delluomo che, con un semplice gesto, o parola damore, potrebbe risollevare il capo del fratello da amare. Il componimento, anchesso sciolto da vincoli metrici, appartiene al periodo riflessivo dellautore, il quale attraverso la meditazione ed il silenzio riesce a donarci il suo intimo, ciò che realmente viene dal di dentro di ognuno di noi, senza remore, ne sfiducia nelle persone che, con amore o con orgoglio, colti o analfabeti, atei o religiosi lo leggeranno.
da: "Angeli Nuovi" (1977) Io Io Io Chiudo gli occhi come per un sonno con ri- sveglio, fuori di una notte. Fermo limmagine di ME, come di un ALTRO ed osservo... Mi rendo conto che proprio questi occhi no videro come credo che vedano; che que- sti orecchi non udirono come credo che odano; che questa mente non intese sempre come credo che intenda. Mi rendo certo che questa voce non emisi sempre con accordo; che queste braccia non tesi sempre con slancio; che questi passi spesso diedi con cadenza. Ancor mi rendo conto che sono più per divi- dere che per unire, più per tagliare, più per de- molire... Ancor mi rendo certo che sono per essere di peso alla terra, e non solo alla terra IO. Uno stillicidio di immagini, allusioni, contestazioni, emozioni forti e calibrate verso lunica morale presente nel componimento: lautocritica. Lautore si tramuta in un essere normale, con le sue gioie, dolori e vizi durante un esame di coscienza. Si ritrova debole, insensato ad esistere, esponente ideale della fragilità e dellemozionalità del quotidiano vivere. Proprio in quellattimo il poeta passa in rassegna le debolezze attraverso il riflettere su di se come se fosse su di un altro. E una cosa che ci viene maggiormente spontanea e non crea nessun problema di ordine morale ne deprime la coscienza già tanto turbata . Il componimento è sicuramente uno tra i più forti richiami allautocoscienza, al valore dellanima come sublime lavacro delle nostre miserie. Possiamo sicuramente intravedere unombra di pessimismo che, celato tra le parole, si manifesta più nitidamente negli ultimi tre versi ai quali è affidata una frase perifrastica che definitivamente descrive la depressione. Non ho mai pensato che si trattasse di puro pessimismo cosmico di leopardiana memoria, ma di un surrealismo ermetico, una mistura di idee convergenti di lapidaria semplicità.
da "Presenza Sconvolgente" (1978) Analisi Ogni ora che viene è unora nuova e che ti porti e come tu non ti chiedi? Unora mia passata e racchiusa riapro e trovo che è stato meno o più aperto un gesto meno o più lungo un passso meno o più alto un salto meno o più buona una parola meno o più vivo uno sguardo meno o più largo un sorriso meno o più forte un pianto. Il racchiudere il proprio pensiero in immaggini allegoriche, condite di un simbolismo fantasioso ma delucidante, è sempre stato il carattere distintivo del poeta. Il sognare ad occhi aperti e vivere ad occhi chiusi sono, pure, prerogative di un animo nobile, forse di ,altri tempi, rincorso dallistinto del vero, del puro, dellimmenso in cui perdersi. "Analisi" di coscienza forse, catarsi umana e spirituale delluomo che, nella raggiunta seggezza, ripercorre con nuova lena e più sospinto bisogno il passato. Bisognerebbe forse chiedersi le ore che passano dove sostano, dove vanno le ore che vengono a confortare limminente perdita, cosa fanno, cosa ci nascondono, cosa ci serbano. E in quel mmento che il poeta sente bussare alla porta della coscienza, il suo IO regresso, nascosto timidamente nei meandri della vergogna viene fuori a purificare ciò che è inpuro, ad unire ciò che è sciolto, a sorridere a ciò che si è irrimediabilmente rattristito. Lanalisi puntuale del poeta è riferita a ciò che siamo, a ciò che vorremmo essere, a ciò a cui tendiamo per lintera esistenza e che non raggiungiamo mai. Nellillusorio collettivo il poeta è vate, cantore e menestrello di queste incertezze, a cui pone riparo con il suo amore, la sua devozione, il suo canto. Non sei solo Dolore riaccendi speranze e ravvivi affetti ed amori. Un padre si incontra con il padre una madre, con la madre: un fratello, con il fratello. Un cuore diventa più grande; una mente, più accorta; un passo, più fermo. Rimane comune una sorte: chi vive, non vive da solo; chi muore, non muore da solo. Il dolore più di ogni altra cosa rende fermi e consapevoli sostenitori dellidea psico-filosofica della solitudine. Un solitario puntino nelluniverso, un granello di sabbia in uno sconfinato deserto, questo siamo noi. Essendo la concezione del poeta di chiaro stampo cattolico, la fratellanza, lamore, il ricongiungimento delluomo con luomo e con Dio diventano i punti chiave per una esauriente comprensione del componimento. "Non sei solo", un singolare maiestatis generalizzato per tutti gli uomini che, come lui, sono convinti di non essere soli. Nella seconda strofa:< Un padre.....> il sapore dei sentimenti si fonde con il più immenso credo evangelico, lincarnazione delle azioni dellincontro e dellamore. Da questi sentimenti umani e divini al tempo stesso il poeta si rinfranca, si crogiola di quella luce soffusa che gli permette di rendere le sembianze meno misere e canute, ma più energiche e gioviali. Nelluniverso di dubbi e incertezze sullessere ed il divenire, lautore identifica una sorte comune: si vive in compagnia, si muore in compagnia. Laffermazione lascierebbe sicuramente adito a perplessità da parte di quellarea post surrealista della nostra cultura, ed il poeta si fa ermetico, allusivo, anche se non rinnega lesistenza di questo "compagno". Il poeta si limita ad asserire che non siamo soli, io aggiungo, unendomi spiritualmente al mio caro congiunto e, quindi al suo canto: cè Dio! Lappello è chiaro, la penna ha appena terminato il suo lavoro di stesura delle idee e lartefice di queste idee riflette; attende, forse un segno.
da "Vetera Nova" (1980) Contro Corrente E venti tirano su questo e quel raggio di terra, e colpiscono cose, talora persone. Ci si ripara, non ci si ripara, dai venti. Si è presi, non si è presi; io timido sono per andare contro corrente. In neo simbolismo degli anni ottanta ha suscitato nellautore un moto di malcontento nei confronti delle nuove ideologie . La poetica, per così dire, naturalista dogmatica è passata sicuramente in secondo ordine , principalmente poi quella infarcita di idealità ed ottimismo filosofico. Il moto comune dellanima, il deterrente contro il nuovo tipo di segregazione culturale, di vivisezione artistico lessicale è stato ed è rimasto landare contro corrente. Il componimento in questione è da considerarsi il testimone oculare di questo disagio, lemblema surrealista di alcune perplessità. Come del resto in tutta la raccolta di cui il brano fa parte, lutore pone dei quesiti. Il vento burrascoso è temibile, come è temibile il passaggio di unera, le cui certezze e propositi svaniscono, lasciando il posto alla pura incertezza, al grigiume dellesistenza, tra la robottizzazione dei nostri pensieri. I pensieri sono un fiume che il poeta argina attraverso un compromesso di ragione e sentimento, trasformando i migliori in caratteri di inchiostro indelebile, mitigando i peggiori affinchè non feriscano. Lautore si trova tra questi venti che lo sospingono nel caos, nel vuoto intellettuale, ed egli non tanto cerca di ripararsi, nascondersi, ma viceversa, risale il fiume contro corrente. Rumore no, Suono si Fuggo la folla, la folla, una stretta accolta di persone che fanno rumore. Ma il suono ci diletta, mi diletta il suono degli uomini. E lo producono e lo accordano allora, quando buttano via le maschere. Appare limpido in questo ennesimo esempio di arte come il poeta, uomo tra gli uomini, fugga il rumore, lassordante chiacchierio "sine sensum", lo snocciolarsi di paroloni per identificare la semplicità , la manifestata ottima esteriorità a scapito di una debole e riprovevole anima. Il quotidiano vivere ci porta, inevitabilmente, a ricoprirci di una maschera, come di un assolato balcone immerso tra le prufumate rose che non lascia intravedere ad occhio umano lo squallore e la miseria recondita. Si farebbe molta meno fatica ad interpretare il brano se si ripercorresse, per un attimo, lideologia pirandelliana della maschera e dellutilizzo che luomo fa di essa. Ma ci troviamo innanzi un discorso più complesso, fatto di suoni, di rumori, di un vociare che alterna alla verità la menzogna, alla fede la più riprovevole miscredenza, allora il poeta fugge, cerca riparo nel giusto, edifica la propria quiete con il suono degli uomini che, diventa parlare, ragionare, sentire, vivere solo quando, della loro "SURFACE" (esteriorità), ne rimane solo un pallido ricordo.
da "Pensieri" (1982) Pensiero XLIII Sta che si ammucchia la gente per non essere più sola su la strada, ai margini. Raccogliere il proprio sentire in pensieri semplicemente numerati e senza titolo è stata una delle ultime novità dellautore atte a manifestare la consapevolezza di un cambiamento e, latto di forza di unespressione lapidaria che dia per conto di chi la scrive unimpressione ben chiara e concisa del moto dellanima. Nei più succinti ed ermetici pensieri si scorge, come in un chiaroscuro, la figura dellautore che, con palpiti sempre più ansiosi, calamita il suo ermeneutico interesse sullumanita emarginata. Questo mutuo e consapevole essere ai margini, condito di immensa solitudine, è per il poeta limmaggine tridimensionale della vita moderna. La post industrializzazione a ridotto e poi annientato il candido vociare di gente che si incontra, che vive, che agisce. Siamo testimoni , il poeta maggiormente per la sua comprovata sensibilità, di un flusso umano degenere, di una massa amorfa di persone alle quali il poeta attribuisce gesti e azioni di riflesso, o meglio, attribuibili allinerzia. Quando poi, giunti ai margini, dove lumanità si accalca senza infamia e senza lode, intravediamo nuovamente le sembianze dellautore che, da quella solitudine, da quelle miserie, ostenta fiducioso il suo canto mitigatore e attende. Pensiero XLV Si è principi e sudditi, primi o ultimi, e forse santi o dèmoni, a seconda dei pensieri (o dei posti?) alti o bassi che si hanno in questo correre con affanno, sine meta. Chi siamo? Dove andiamo? La base filosofica della nostra esistenza , quesiti a cui, da millenni, nessuno ha risposto con chiarezza. Il poeta, come Diogene, cerca luomo, ne immaggina la natura, lo ritrae e poi descrive, ma il problema resta irrisolto. Il nostro esistere rimane un frenetico correre verso il nulla, verso quella "sine meta" così tanto cara al poeta, come così poco esplicita e logica per gli altri. Non è un semplice rincorrersi e raggingersi, è il modo affannoso con il quale affrontiamo la prova. Lintravedere qualsiasi minimo spiraglio significa tuffarsi collettivamente nellignoto, presumere di sapere ciò che, in effetti, ignoriamo. Questo esplicito esempio di filosofia dogmatica ci rende incerti, perplessi, "santi o demoni" di noi stessi, nellaffannosa ricerca di un Dio che ci sollevi dalloblio.
da "33 Pensieri" (1982) Pensiero XXIII Sento che talora mi viene rotto, come un filo, il pensiero e quindi il discorso,sì! Sento che anche la parola può andare in pezzi e se ne va, ma talora.. Oh, miseria, debolezza di un uomo! Ma tu... Avendo parlato e discusso a sazietà delle umane miserie, il poeta volge lo sguardo su di una circostanza artistica poco confortevole: la mancanza di ispirazione. Il flusso mentale delle idee spezzato per un attimo da un silenzio cieco ed inproduttivo rende le parole sterili, e lautore vittima di quellagonia. Il poeta non ha mai sofferto di simili depressioni o cali artistici ma, come constatiamo, li ha fatto oggetto del proprio sentire. Tra le miserie umane è inclusa quella di maledire il proprio dono quando, nel momento creativo, nellacme della concentrazione produttiva, quando la penna comincia a volare sul foglio lasciando eterna traccia dei sentimenti, il buio, silenzioso compagno della nostra esistenza, ci assale smorzando la fiamma eterea di unidea. Il componimento termina stroncato :<Miseria...Ma tu...> , il poeta sembra lasciare allimmagginazione del lettore la continuazione. Ma chi potrebbe, solo pensando, di continuare con diverse parole, di attribuirsi un sentire non suo, di chiamare miseria o debolezza unidea; ogni lirica è unica nel suo genere appartiene al suo tempo e, più che mai al suo autore.
da "Merenuge" (1983) Speranze Ci guardiamo così come usciti da una notte buia, quasi paventati, come per trovare chi o che ci rincori. E si fissano gli occhi e si puntano, in unattesa. In questa ultima raccolta lautore torna a dare un titolo al suo sentire che appare diverso, più denso di emozioni e di speranza, proteso verso una creatività ed uno stile non dissimile dal precedente. I temi sono i medesimi, anche se trattati con equilibrio e saggezza. Dalloblio si esce con la certezza di unattesa e luomo attende, il poeta attende con gli occhi stralunati e le braccia cadute sui fianchi chi lo "rincori". Possiamo, quindi, considerare questo lultimo appello alla fede, lultimo messaggio alluomo che soffre o che gioisca. Non è poi vero che corriamo affannosamente "sine meta", ma viviamo la nostra laboriosa e stoica esistenza in unattesa. Conclusioni ****** Limpossibilità di assimilare il pensiero ed il valore dellopera darte, ci rende profondamente subordinati al nostro fiuto, alla nostra abilità di scavare nellanimo altrui per evidenziarne le miserie e le debolezze. Fare critica letteraria di opere poetiche non è un impresa felice, ne apporta novità scientifiche, non giova, sicuramente, allarte che, si vede smembrata, indignitosamente scrutata e spogliata della propria interiorità. Il poeta è la persona che, meno di tutte, si presta al gioco ermeneutico. Muovere una critica, positiva o negativa che sia, ad una lirica significa porre in discussione larte del creare, azionare un freno di contro ai sentimenti che il poeta scarica a valanga nel proprio sentire. Le poesie di Michele Lavorgna sono state oggetto di simili affronti letterari, oggetto di parallelismi con il naturalismo europeo di fine secolo, o addirittura, pietismo sentimentale colmo di fede religiosa. Si è detto ancora che il poeta apparterrebbe a quella filosofia casualista che , nelletimologia del termine sta ad indicare la cieca ed inoperosa immobilità aspettando gli eventi. Non si è mai abbandonato questi concetti per valutare lopera poetica di un autore forte, incisivo, dignitoso esaltatore della natura, dellarte e del sentimento. Mai povero di idee, mai volgare presentatore del reale, ma delicato e spontaneo sostenitore della propria idealità. Immerso nella cultura letteraria anni 50-60, il poeta mescola la sua idea a quella degli altri uomini, si confonde con gli altri, ma non prende parte con gli altri, preferisce rimanere autodiegetico cantore dellumanità triste, frustrata, emarginata. In penombra la sua figuara si staglia su quelle miserie, il suo canto si fa sempre più intriso di pianto e di vergogna, fino a diventare preghiera, lavacro comune per gli uomini il cui unico peccato è stato quello di nascere. La sensibilità che traspare dai componimenti, come da tutte le poesie di Michele Lavorgna, è proverbiale, inprescindibile dal suo essere poeta, uomo, padre. Lequilibrio che dona è come una confessione in cui lanimo si solleva dalle proprie colpe per purificarsi, sia anche per poco, e stare in pace. Questa "pietas" del poeta nei confronti delluomo manifesta chiaramente la volontà di risollevarlo dai faticosi giorni, pesanti di vivere, dalle incertezze, con delle certezze che, solo il poeta può dare per vere. Con ciò non stò dichiarando menzognere le parole del poeta, viceversa condite con tanta di quella idealità, con massicce dosi di ottimismo e quel pizzico di buon senso che non guasta mai anche nelle fiabe. Si tratta semplicemente di individuare il filo conduttore poi, si può azzardare a definirne lo stile, lintento, il moto spontaneo o meno con il quale il poeta congegna e poi scrive, le fonti ispiratrici di quello scrivere, i parametri metrici o meno con i quali lautore limita i suoi righi in versi, ma non è concepibile, ne ammissibile che la critica possa sostituirsi al poeta, riscrivere la lirica sotto unaltra angolazione ed ottica, e negare al poeta linteriorità e la riservatezza dalla quale il brano è stato partorito. I sentimenti unici ed insostituibili del poeta sono lunico meccanismo ingrado di produrre arte, di sentrire ed imprigionare quegli eventi nella memoria e, di riportarli ad essa per essere sviluppati e trasposti in lirica. Michele Lavorgna ha ben concepito la sua esistenza di cantore, dando allumanità la certezza del cambiamento, sollevando luomo dalle sue cadute, dipingendolo nelle sue attività , dando di lui lintriso volto di chi soffre, di chi "...cammina su di una strada sghemba e malandata....", di chi non ha volontà di continuare ad esistere. In conclusione voglio riportare il pensiero del poeta sulluomo in una delle ultime raccolte (33 Pensieri 1982), la volontà manifesta di chiarire il concetto alla luce di un possibile cambiamento che, il poeta già auspica da molto, ma che quì, è molto più esplicito che mai: <...Si smarrisce e nulla tenta per ritrovarsi su di una strada diritta e buona....Incespica, cade e non si rialza. ...Luomo vuole davvero non essere morendo?... Preghiamo! Io prego.> E evidente che la preghiera, il rivolgersi a Dio diventa il "benefit" di tutta la poetica dellautore che, partendo da una concezione strettamente laica, approda ad un più profondo senso della fede, mai trattata a livello maniacale, mai presentata attraverso gli eccessi di essa, ma semplicemente trasformata nel bene ultimo, nella fontana eterna alla quale lumanità in fila agogna di bere. LAutore |
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