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Michele Lavorgna - poeta  home

 

… 33 Pensieri – (Laurenziana Napoli, 1982)

dedica: A tutti gli uomini

 

 

I

Giorni di pace chi non li spera!

E chi non spera, anche in su la soglia

dell’estrema vecchiezza, di vivere più a lungo?

Ancora di un anno!

Eppure io (io?) vi dico che si esce

da questa vita, come da un naufragio,

così terribile, che non si vorrà, no, che duri.

E come ad un naufragio si guarderà

dalla vita dei cieli, nel quale non si ‘ritornerà,

se non come missionari, come comanda Dio,

per calmare le... acque e per convertire uomini!

 

II

Chi ci mena di qua, di là, come una cosa

da... nulla?

Chi ci sgrossa, spiana e taglia

come un pezzo di legno?

Chi tira la fune?

Mi Domine Deus...

 

 

III

Ci dimentichiamo, io nel nome (nel nome!)

per conoscere (ancora?) il mio nome:

la... intelligentia, il carattere,

il temperamento, questo cuore, questa ansia,

la mia anima, la mia stella, per cercare

Dio che sento immenso ed al mio fianco

nelle notti illuni e nei giorni velati,

per strade mie e strade anomale...

Gli altri (altri) mi giudichino!

Gli altri (altri) mi chiamino per nome,

ché l’ho e lo porto che non morrà tutto!

 

 

IV

Un sentiero, in un monte, io percorro,

a piedi, più accortamente che, con vettura,

una via larga, in un campo.

E raccolto raccolto, che non evito,

che non penso...

Che non vedo vicino e confronto, sostando,

con quel che si rinviene, passo dopo passo,

fino alla cima!

 

V

Rumori, non suoni, no, ci giungono in una strada

da una strada, in una casa

da una casa, in un’officina

da una officina, in una chiesa (rumori?)

da una chiesa, in...

In una scuola da una Scuola.

Rumori, non ancora, no, suoni!

Delusione! (Peccato!) Dolore!

Ma si è in attesa, e le attese precedono

e preannunciano gli arrivi;

gli arrivi, le novità!

 

 

VI

Oh, non guardo, no — non si può — ma penso

a quel che ti gira nella mente, negli occhi,

sui volto!

Penso che nelle vene scorre sangue ora,

ora non scorre!

 

VII

Quando qui piega il sole,

lontano infuria la tempesta di cielo

e di terra.

E quando qui la tempesta..., lontano il sole...

Ma le pietre non sono mai mosse, no, dal punto

dove si sono iscarpate.

VIII

Cambiamo, viri vel homines, come gira il tempo!

E il tempo come una ruota dalle mille facce,

in moto, e già, eterno (?).

IX

Sopravvengono dolori che... bruciano

e consumano via via.

Cappa, non ordinaria, che mille raggi di sole,

cadendo diritti, d’estate, da alto punto

di cielo, infocano, vieppiù, e sciolgono.

 

 

X

E sì! Vi è chi mente e sa di mentire,

chi uccide e sa di uccidere!

Chi vive, sa di morire? Or ora!

Trova chi non muore con chi ora muore

in un angolo vicino o lontano

della Terra! E tu?

Tu non ti ritrovi in questo giorno con un giorno,

in quest’ora con un’ora, in questo istante con un istante

in meno da vivere?

Vero è (sicché) che ora ci sei ed ora non ci sei.

Duri cento anni (cento!) la tua vita

dura sempre meno del tempo che impieghi

per dire: passa la vita!

La vita, per essere vissuta, deve essere eterna!

Prepariamoci! Io mi preparo. Preparati a viverla!

 

 

XI

Si è avidi, sì, e tanto di ricchezze!

E si deride la pochezza di queste cose

che sono accanto ed intorno:

un crocifisso, un quadro, un televisore,

quelle finestre ed i raggi di sole

oh, quanti! — che entrano tra di esse,

e l’aria che si respira, e la vita, igitur,

che si vive!

E tutto non vale più di un mucchio

di oro, e di un insieme di poderi,

e di un insieme di case?

Potremo anche ritrovarci, un giorno,

(da vivi?) con tanto oro, tanti poderi

ed in tante case, senza sole e senza aria,

senza un televisore ed un quadro, per fare che!

E senza un crocifisso! E’ morte! E’ morte!

E’ morte!

 

 

XII

Dio immenso, infinito, ottimo,

sempre stabile!

Quando i malevoli ci levano la forza,

la Forza ci dai; quando ci spengono la lampada,

la Lampada ci accendi; quando ci tirano la fede,

La Fede ci doni.!

Io cammino sempre su la stessa strada,

seppure mi tocca di cadervi per rialzarmi, e sì,

non.., pulito.

Cammino sulla tua strada e, mete dopo mete,

cadute dopo cadute, toccherò, oh, sì, più alti

traguardi che tu solo mi hai . additati,

che tu mi additi.

 

 

XIII

Per sapere quanto conta una chiesa

(povera chiesa! grande Chiesa!)

non rimarremo, no, in un campo

ad attendere che ci si commetta battaglia,

per fuggire fuggire fuggire

e riparare nelle chiese — dove sono, dove sono

non colpite dai... terremoti? —e pregare pregare pregare. Ora, se si è in pace,

ora vi si entra e si prega.

Qui si erge una chiesa, una Cattedrale,

qui si prega, si venga...

Qui non si viene?

 

 

XIV

E non è forse potere a noi, certo a me

di portare tanto, da ogni luogo

e tempo, qui: sotto gli occhi,

e leggere e meditare meditare meditare,

e migliorarci e migliorare migliorare migliorare.

 

Con queste opere...

 

XV

Fanciulli liberi, lieti, spensierati,

felici sono questi scolari.

Nutrono amori, che amori! speranze,

che speranze!

E si apre loro la vita, a guisa di ventaglio

largo, senza limiti, più apribile,

mai chiuso.

Noi pure vediamoci, così, ancora davanti,

la vita, seppure non siamo più fanciulli.

Ma scolari? Scolari non si cessa mai

di essere.

 

 

XVI

Si guardi, io guardo dentro un pugno

di terra e riscopro ancora di che si alimenti

un filo d’erba ed una radice che (simul, una)

generano granelli che si destinano

a noi: a me, a te!

a te, a me! A chi dei due?

 

 

XVII

 

Ci rincorriamo, ma non come per un

gioco!

Si danno ai giochi bambini ed atleti!

Siamo uomini, noi! Uomini!

Noi... ci si segna, ci si odia, ci si minaccia,

ci si spara, ci si uccide...

non giochiamo, no!

 

 

XVIII

Dio, Santi, Angeli, i nostri canti alti,

i suoni forti, gli affetti puri:

i moti degli animi a chi giungono?

Non pare che si perdano, giungendo a uomini,

come contro pareti di monti

che pure, però, ci ritornano gli echi,

perché non àtone.

 

XIX

Vedi mai a che tenda un rivo, un corso piccolo

o grande di acqua?

Io, visto dal Cielo e la Luna, d’autunno,

scorro i margini di un rivo,

nei luoghi dove entra in un fiume.

Che grandezza, che amore, che amicizia!

Via via più pieni, più puri, più sentiti!

 

 

 

XX

Vi è odio dove manca — e già, e già! —

l’amore, superbia dove manca l’umiltà,

tenebra dove manca la luce,

morte dove manca la vita.

Vi è discordia — e sì! — dove manca

l’unione.

 

XXI

Per credere.. quel che le erbe hanno dentro

(la vita?) torniamo a riosservare,

dopo un giorno, i fili d’erba bassa,

un ciuffo, che nunc pestiamo (per fallo?).

Si risolleva il ciuffo in horas per ridonarsi

 

in horas.

 

 

XXII

Viandanti, con gravi fardelli,

si che le conoscerete le strade

tracciate nelle colline, sui monti,

nelle valli

e, percorrendole, che timore vi è

di passare da un avvallamento ad un rilievo

e da un rilievo ad un avvallamento?

XXIII

Sento che talora mi vien rotto,

come un filo, il pensiero e quindi il discorso, sì!

Sento che anche la parola può andare

in pezzi e se ne va, ma talora.

Oh, miseria, debolezza di un uomo!

Ma tu...

 

 

XXIV

Con compagni di viaggio di ogni tempo

e di ogni strada

che altro dividi, in aggiunta

al pane? Capisci? Che altro?

Rispondi, rispondi!

 

XXV

 

Più di un’ora mi ritrovo a pensare

al sole che illumina cose, persone e animali,

prima che si avvalli;

alla notte che nasconde persone, cose e animali,

prima che si diradi.

Ed oggi è un giorno, domani un altro!

La vicenda continua!

Io penso: di là di questo giorno, di tanti giorni

e anni e secoli, sempre ai giorni

si alterneranno le notti

e sempre le notti si alterneranno ai giorni?

Dio, Dio, Dio! io sono meno di un punto,

Io sono più di un punto!

Io sono.

 

XXVI

Non mi cerco nella luce, ché la luce

fa ch’io non mi nasconda alla gente

ed a me,

ma nelle tenebre mi cerco, ché allora mi celo

e temo, tremo e cadrei financo, se Dio

non mi donasse di luce più forte, di vita più nuova,

di passi più attenti, di udito più attento,

di senso più accorto!

 

XXVII

Ci piacerebbe:

correre, ma ancora siamo lenti nei passi,

su queste strade;

cantare, ma ancora siamo stonati nella voce,

su questi... palchi;

guardare lontano, ma ancora siamo... corti nella vista

in questi orizzonti.

Ci piacerebbe restare vicino agli altri

ed ancora pensiamo solo a noi,

su queste terre!

 

 

XXVIII

Mamme, si che tutte siete e belle, e care,

e vive.

Affetto pieno — oh, quanto! — ci comprende,

ci avvolge e ci fa conservare cuore

di figlio!

Sol che la mente (NOI) sovente non conserviamo

come di un figlio, né le mani!

E rompiamo il manto, con un dito segniamo

punti: del nord freddo e buio,

e del sud caldo e chiaro. Altri non vediamo.

Oh, la mente non conserviamo come di uomini,

né le mani!

 

XXIX

Non mi ritrovo, no, mai vecchio, ché gli anni

il tempo non farà pesare su chi, per guardare

alle bassure, si stacca dalle bassure,

hodierno die et crastino, sempre

e, leggero, sale sale sale e dall’alto

ancora volge pensiero e voce

di richiamo a chi si ostina sulla terra!

 

 

XXX

Io mi... dimentico, per ricordare gli altri

(o altri?) e quindi anche te.

Tu ti dimentichi, per ricordare gli altri

(o altri?) e quindi anche me?

Ripetiamo:

Noi ci dimentichiamo, per ricordare gli altri

(o altri?) e quindi anche voi.

Voi vi dimenticate...?

 

Verbi argutias! Argutias, delicias!

Chi non ci appartiene!

Dio è nostro, i Santi sono nostri come gli Angeli,

i morti ci appartengono,

i vivi?

 

XXXI

Vanificare quel che si costruisce:

di buono o no, di grande o no, di bello o no,

è delitto.

Sol si deve fare che quel che ora è brutto

o piccolo, ... diventi, e presto, bello...

Prega tu, preghiamo noi perché Dio,

che è onnipotente, sentito, ci assista.

Così sia!

 

XXXII

Finché non ci verrà il desiderio (o la voglia?)

di aiutare: chi si perde a ritrovarsi,

a smacchiarsi chi si macchia) a sanarsi

chi si ferisce, a riscoprirsi

chi si nasconde, a disintossicarsi chi si avvelena,

a vivere chi muore, a vedere chi non vede,

a camminare chi non cammina, a parlare

chi non parla, a uscire da sé chi si chiude,

a non peccare chi pecca e, si,

 

a non aver altro Signore fuori che Dio,

a non nominare il nome di Dio invano,

a ricordarsi di santificare le feste,

a onorare il padre e la madre,

a non ammazzare,

a non commettere atti impuri,

a non rubare,

a non dire falsa testimonianza,

a non desiderare la donna d’altri,

a non desiderare la roba d’altri,

c’è da avere la certezza e tema che questo mondo

giunga (giunge) alla fine.

 

XXXIII

Oh! Forza del corpo e dei muscoli, pure mi fai

sollevare o solo smuovere un peso

più grande di... me; ma tu, Forza che vieni

da Dio e dai Santi e dagli Angeli,

fai sollevare tutti i pesi, anche messi insieme,

tanto grandi quanto essi sono o siano.

 

NOTA DELL’AUTORE

La Raccolta "33 Pensieri", edita a cura dalla Laurenziana di Napoli nel 1982 è un esempio di trasformazione del sentire poetico di Michele Lavorgna già in parte accennato con l’eliminazione dei titoli alle liriche, sostituiti con i numeri romani progressivi. Molta parte della critica letteraria ha esaltato, in questa raccolta, il miglior e più palese Lavorgna neo-ermetico, attribuendo alla stroncatura dei pensieri l’alta genialità poetica dell’ultimo ermetismo. Il suo ricorso cointinuo, quasi frenetico alla sostanza religiosa, le sue figure angeliche sempre presenti ed agenti, fa ancora discutere, anche se associamo le presenze non solo alla grande religiosità del poeta, poiche sarebbe riduttivo per un artista, ma soprattutto alla grande chiara ed inequivocabile volontà del Lavorgna di combattere l’ "anticristo", di porsi sul versante opposto a quello del suo ‘mefistofele’ ispiratore, nella certezza di non sprofondare come Faust negli inferi, ma di redimersi, di redimere il mondo e lo stesso mefistofele che lo accompagna. In questa raccolta il poeta è un ‘Dante’ redivivo, che a spasso nelle miserie umane, non trova un Virgilio disposto a guidarlo, bensì un demone che lo spinge a considerazioni radicali. Ma quella sorta di ‘paracadute’ culturale che Michele Lavorgna ha sempre portato con se fa in modo che il suo sentire non trascenda, che il radicalismo materialistico di una idea non covi sentimenti oscuri e pessimistici. I suoi angeli, il suo Dio, i suoi Santi lo riacciuffano ogni qual volta le sue gambe stanno per cedere, la sua mente sta per virare, la sua penna ha un brusca sosta.